# Created on 5-mar-2020 17.02.30

I comunisti
e il Fronte Politico Costituzionale

  Sono circa due anni che si è aperta una fase nuova della politica italiana rispetto alla quale le forze tradizionalmente di opposizione sono rimaste spettatrici o anche inchiodate in una posizione di principio che ha congelato potenzialità e iniziative e che non ha certo contribuito a portare avanti la situazione.

   Per questo, dopo un dibattito durato un periodo non breve e che viene documentato nel volume Lettere ai compagni ci siamo decisi ad avanzare una proposta attorno alla quale sollecitare una discussione e una definizione programmatica che avvii una nuova aggregazione unitaria in grado di incidere sul terreno dello scontro politico e di classe.

   Questo passaggio non lo vediamo nè facile nè a portata di mano. Anzi, nel breve periodo siamo abbastanza pessimisti perchè, anche se la situazione si evolve e crea nuove contraddizioni sul piano politico nazionale e internazionale, la maturazione di una tendenza capace di raccogliere le spinte in atto e proiettarle verso la costituzione di un movimento politico che definisca una strategia di trasformazione sociale e di uscita da una logica imperialista è ancora rimasta al palo.

   Per sbloccare l'impasse bisogna, preliminarmente, fare i conti con un retroterra che ripropone ipotesi movimentiste e identitarie che, pur restringendosi sempre più (il bacino residuale sta sotto l'1%), distoglie l'attenzione e produce frustrazioni.

   Qual è il passaggio che ci può consentire invece di aprire una fase di ricostruzione di un partito politico che riprenda, con un orizzonte di classe e una visione internazionale, un percorso interrotto dalla degenerazione e dal disfacimento del PCI?

   Di fatto i decenni trascorsi dagli anni '90 del secolo scorso sono serviti, almeno per noi, non tanto a rispondere a questa domanda, quanto da incubazione di una elaborazione che rendesse credibile una ripresa.

   La lezione dei fatti dovrebbe indurci a capire che senza una teoria scientifica non si trasforma lo stato di cose presente e che questa va correlata con lo sviluppo delle condizioni oggettive su cui fondare una ripresa, se no non si va da nessuna parte e si rimane nicchia ai margini dei processi reali. Più di qualcuno, tra i comunisti, ha scambiato questo lavoro per una ripetizione inerte dei principi.

   Con questo vogliamo dire che la situazione non può essere sbloccata con ipotesi politiche improvvisate e che invece ogni ipotesi deve essere approfondita e misurata coi fatti. Perchè, se grande è il caos sotto il cielo, trovare il filo di una ripresa che abbia carattere di classe e proiezione strategica nelle circostanze storiche attuali e in un paese come l'Italia è cosa che bisogna saper cogliere non con astrazioni ideologiche, ma agganciando la realtà.

   Non ci sembra però che a sinistra, tra quelli che si ritengono più radicali, si sia sviluppata una verifica e una discussione in questa direzione. Neppure tra coloro che mantengono posizioni comuniste è emerso un metodo corretto per affrontare la nuova situazione in termini di analisi politica e di movimenti reali. Quella che serve dunque è una rilettura dei passaggi che hanno portato alla situazione attuale e una riflessione su come agganciarla, con quale proposta e con quale programma. Per questo siamo arrivati alla conclusione che è necessario sbarazzare il terreno dai paradigmi che hanno determinato i modi di stare all'opposizione in questi anni per ripartire invece dalla funzione storica che un partito di classe e di massa deve svolgere oggi.

   Parlare di funzione storica vuol dire anche fare i conti, preliminarmente, coi tempi di maturazione dei termini oggettivi, ma anche fare i conti con un mutamento epocale nelle caratteristiche dei processi di superamento del sistema imperialista dello sfruttamento e con le forme che la conflittualità è andata assumendo verso la fine del secolo scorso.

   Per quanto ci riguarda, nel corso degli ultimi anni ci siamo misurati con questi problemi in due modi: lavorando sulla storia del movimento comunista (con l'Associazione Stalin), e dando una valutazione del lavoro di classe e internazionalista svolto dagli anni '70 per quasi vent'anni (La zattera e la corrente) per trarne le debite conseguenze. In sostanza abbiamo dovuto fare i conti con noi stessi e con il nostro passato.

   Oggi però dobbiamo sciogliere il nodo di come sia possibile delineare una prospettiva che, passando dentro la nuova realtà, indirizzi le forze che tendono alla trasformazione dell'assetto politico e sociale italiano. La domanda è: con quale forza e con quale programma possiamo accingerci a riprendere un cammino di questo tipo?

   Se è vero dunque che la storia si pone solo i problemi che può risolvere, come comunisti abbiamo il compito di costruire un livello di organizzazione e di strategia politica che si dialettizzi con le esigenze di massa e di classe che caratterizzano oggi la situazione italiana e il quadro internazionale.

   Purtroppo un lavoro di questo genere cozza contro due tendenze che ci hanno fatto deviare in questi ultimi decenni da un percorso corretto e queste due tendenze sono state rappresentate dal trasformismo elettoralistico di una certa sinistra definita radicale e dall'ideologia movimentista priva di un respiro politico e strategico. In alternativa a queste tendenze, in che modo intendiamo portare avanti un discorso di superamento dello stallo in cui ci troviamo?

   Innanzitutto superando il romanticismo 'rivoluzionario' nell'analisi delle contraddizioni e ponendole in modo reale, con la capacità di costruire attorno ad esse uno sbocco credibile. Capire quindi le spinte che ci vengono dalla situazione e saperne fare un punto di forza di una strategia politica. Non si tratta, in questo caso, di dare solo uno sbocco alle lotte, ma anche di individuare i nodi storici che la trasformazione di un sistema di potere consolidato si trova di fronte.

   Questo compito è reso tanto più urgente dal fatto che, dentro la crepa nel sistema aperta nel marzo 2018, si è messa da subito in moto una reazione degli anticorpi del sistema che ha prodotto la crescita di due forze, la destra e i liberisti, per deviare la spinta e riportare le cose negli schemi tradizionali. Come abbiamo sostenuto negli interventi di questi ultimi tempi, bisognava cogliere l'occasione per intervenire e allargare gli spazi che si erano aperti.

   L'insensibilità e l'autismo politico dei cultori dello zero virgola e di qualche posizione identitaria, che vive ambigua­mente come specchietto per le allodole, hanno impedito però che nuove energie, non identificabili coi 5 Stelle, ma ad esse convergenti, si aggiungessero al movimento grillino per rafforzare i punti del suo programma sociale e sulle questioni della giustizia e sciogliere anche le ambiguità in politica estera. Che tutto ciò non sia avvenuto non è casuale, dal momento che le forze di 'opposizione' al sistema si sono sempre divise tra una tradizionale dipendenza dalla casa madre PCI-PD, in termini politici e culturali, e una storica logica minoritaria in cui sono immerse da decenni. Fare i conti coi 5 Stelle le avrebbe portate a misurarsi con la realtà per uscire da una condizione di subalternità ed esprimere in modo maturo un'ipotesi politica. Ma questo non è avvenuto, e ora il rischio è che la breccia aperta si richiuda. Bisogna quindi lavorare per portare forze e idee laddove si possono modificare i rapporti di forza.

   Questo passaggio implica che ci si misuri, da comunisti, anche con due questioni di fondo che riguardano l'interpreta­zione della fase storica che stiamo attraversando e vanno oltre la dimensione quotidia­na della lotta politica. Queste due questioni si chiamano gramsciana­mente individuazione delle forze motrici che sono maturate per il cambiamento e delle forme organizzate in cui si possono esprimere.

   Dicendo questo certamente si suscita scandalo perchè si modifica una prassi consolidata che vede da una parte una riproposizione schematica del tipo di partito necessario per affrontare la situazione e dall'altra un affidarsi all'episodicità della contraddizione per ripetere, senza forma strategica, azioni che rivestono di fatto carattere ideologico. I sostenitori di questa logica tentano di accreditare l'ipotesi che in questo modo si parta per crescere, mentre la realtà ci dice che, se anche non siamo in una fase rivoluzionaria, la guerra di posizione che si combatte, se non è pura testimonianza, deve mettere in campo forze di resistenza che sappiano esprimere politicamente il carattere delle contraddizioni reali che hanno dimensioni non episodiche.

   Da qui si parte per un percorso strategico, non dalle nicchie ideologiche che, peraltro, vengono confuse spesso con la teoria rivoluzionaria comunista, quando ne sono invece una versione ideologica mistificata.

   Domandiamoci dunque, a questo punto del ragionamento, come si configurano le contraddizioni che rendono oggi storicamente possibile la formazione in Italia di una organizzazione che abbia un peso nella situazione e dentro la quale quei comunisti che hanno aggiornato la loro analisi devono lavorare.

   Nel programma che il Fronte ha indicato come prospettiva di riaggregazione di massa per una nuova formazione politica sono indicati i tre punti essenziali su cui impegnarsi per costruire un nuovo progetto politico-organizzativo:


- nuove relazioni internazionali e rifiuto delle guerre,

- ruolo dirigente dello stato nello sviluppo economico e dell'occupazione

- difesa dei lavoratori e dei cittadini sui posti di lavoro e sul territorio.


Condividere questi punti di programma vuol dire individuare il bandolo della matassa dove convergono spinte particolari e farne il punto di partenza per una nuova formazione che sappia dare risposta a questioni di fondo e diventi il riferimento per milioni di persone.

   E la prospettiva comunista?

   Quelli che sono usi guardare il dito che indica la luna vorrebbero farci credere che in Italia sia possibile aprire una prospettiva di trasformazione sociale insistendo su una retorica operaista o su proposte identitarie che, quando non sono puro schematismo ideologico, rappresentano solo la furbizia di chi crede di poter raschiare il fondo del barile dove un tempo cresceva la falce e il martello. Dobbiamo deluderli costoro e ricordare che, se in Italia è esistito un grande partito comunista popolare e di massa, è perchè si era capita, allora, la congiuntura storica che ha portato alla Resistenza, alla Repubblica e alla Costituente. Poca roba per gli odierni 'rivoluzionari', ma si tratta di questioni epocali di cui non sono usi dissertare. Subito dopo il 25 luglio 1943 i comunisti erano circa 6000; alla fine del '45 erano diventati due milioni. Un dato su cui i pochi identitari ancora sulla breccia non hanno riflettuto e che soprattutto non hanno collegato al presente.

   Noi sappiamo bene di non avere la soluzione in tasca. Ci sforzia­mo però di non allinearci a quei cattivi maestri che della loro 'radicalità' hanno fatto una base di continuo trasformismo e di costruzione, salvo rari casi, di comode nicchie senza dialettica con la realtà e soprattutto senza misurarsi con le responsabilità e la fatica che scelte diverse comportano.

   Noi, da comunisti, con la proposta del Fronte Politico Costitu­zio­nale vogliamo semplicemente gettare un sasso nello stagno, nella speranza anche che si trasformi in un seme. Come diceva Mao, nonostante le sconfitte, osare combattere e osare vincere.