La scadenza del 4 dicembre

Il pallonaro al governo e la sua banda di incapaci mandati avanti, seppure con un certo disagio, dagli esponenti più importanti della società italiana che conta e dagli amici europei, americani e israeliani che costituiscono il circuito imperialistico occidentale che li sostiene, stanno forse arrivando al capolinea con il referendum del 4 dicembre sulle riforme costituzionali.

Il giovane toscano, su cui i suoi padroni pensavano, attraverso la rottamazione di un ceto politico della sinistra storica, di manovrare la situazione con più rapidità sta dimostrando tutta la sua inconsistenza e cialtroneria. Ma ormai lo scontro è aperto e la frittata è fatta.

Renzi pensava che la sua politica di trasformazione genetica dell'Italia fosse una passeggiata dal momento che i centri di potere e di informazione più importanti stavano dalla sua parte. Il resto sarebbe stato un gioco da ragazzi, bastava un'eloquenza vivace e una valanga di promesse. Gli italiani però non sono così fessi da farsi abbindolare facilmente, piegati come sono dalla crisi e dopo l'esperienza Berlusconi di cui Renzi è discepolo. Quindi per il 4 dicembre è scontro e scontro vero. Anche se, date le sue inconfessabili tendenze politiche, Renzi pensa che avere molti nemici è sinonimo di molto onore, la partita per lui si mette male. Soprattutto i suoi conti sono sballati. I conti economici e i conti politici.

Le verità negative su quelli economici, anche se soggetti a manipolazioni continue, emergono continuamente: sulla politica del lavoro (risultati del Jobs act), sulla disoccupazione, sui livelli di povertà, sullo stato della scuola, sullo sfascio della sanità, sul processo di deindustrializzazione dell'Italia e via cantando. Ci vuole il coraggio dei numerosissimi giornalisti velinerari e corrotti a dare ancora credito alle promesse del premier pallonaro.

Ma le difficoltà maggiori per Renzi vengono sul piano politico. La grande operazione di arrivare al partito della nazione è fallita miseramente e ciò che rimane è Verdini. Come per Berlusconi invece, il modo di operare di Renzi ha suscitato via via una reazione più forte nella parte migliore della società italiana e il referendum del 4 dicembre è diventato il catalizzatore dello scontro. Per questo la scadenza sta assumendo il carattere di un passaggio chiave sulle prospettive future. Se vince il SI andrà avanti il progetto di rendere il governo non solo subalterno alla finanza e agli industriali, ma anche capace di svolgere organicamente questa funzione con gli strumenti che agli fornisce la riforma costituzionale e l'Italicum.

La vittoria del NO può invece mantenere dei varchi aperti per politiche diverse. Quindi non è indifferente se Renzi viene sconfitto o meno. Partecipare allo scontro è dunque una necessità per tutti noi, nella consapevolezza che alla vittoria concorreranno forze diverse e che gli scenari che si apriranno successivamente saranno necessariamente di tipo diverso.

A migliorare la situazione non concorrono però le iniziative improvvisate e strumentali dei nuovi emuli di Lotta Continua che, come sempre, arrivano all'ultimo momento senza capire che, nello scontro in atto, possono essere messi punti di programma solo e in quanto essi abbiano conquistato una vera egemonia nel movimento. A partire dal diritto di rappresentanza e di organizzazione nei posti di lavoro. Il paradosso è che a chiamarci allo 'sciopero generale' sul 4 dicembre sono quelli che hanno firmato il protocollo Confindustria-Confederali sulla rappresentanza e la riforma dei comparti nel Pubblico Impiego in cui la rappresentanza dei dipendenti pubblici annega. Cerchiamo di vederci chiaro.

Aginform
11 ottobre 2016