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AGINFORM

         Foglio di Corrispondenza comunista


Contributi
di analisi
e dibattito

Il dottor Stranamore nel deserto

Piotr, 20 ottobre 2014 , [qui]

L'Ucraina che conoscevamo non esiste più

The Saker intervistato da Mike Whitney, 14 ottobre 2014, in italiano [qui]; originale [qui]

Da Nord a Sud: le vecchie/nuove frontiere militari statunitensi in Italia

Antonio Mazzeo, 17 ottobre 2014, [qui]

Dal PD ai nuovi nazisti: la coscienza tramortita dall'impero.

Piotr, 16 ottobre 2014, [qui]

Il riorientamento strategico della Nato dopo la guerra fredda

Manlio Dinucci, 11 ottobre 2014, [qui]

La rivoluzione (colorata) francese

Piero Pagliani, 2 ottobre 2014, [qui]

Al margine del Caos. Geopolitica ai tempi dell'era della Complessità

Pierlui Fagan, Prima parte 14 agosto 2014, [qui]. Seconda parte 18 agosto 2014, [qui]


Le considerazioni che seguono, come è spiegato nel testo, non costituiscono un documento fondativo di alcunchè, ma servono solo ad aprire una discussione sul da farsi e possono interessare solo quei compagni e quelle compagne che vogliono affrontare la nuova fase uscendo dal particolarismo, dal movimentismo e da logiche politichesi che rendono l'acqua in cui i pesci dovrebbero nuotare sempre più inquinata e della dimensione di una pozzanghera.

UNA NUOVA FASE DI LOTTA
PER LA PACE E IL SOCIALISMO


          Premessa

Quando si elabora un documento con pretese politiche di carattere generale lo si usa solitamente presentare come piattaforma di un progetto strategico da realizzare qui ed ora. Di progetti di questo tipo è lastricata la strada dei fallimenti di quella che si è definita nel tempo sinistra di classe e/o comunista.

Nel passato, e anche oggi, noi abbiamo sempre adottato un metodo diverso, consapevoli che le rivoluzioni e i cambiamenti strutturali hanno sempre bisogno di essere dialetticamente individuati nel rapporto tra condizioni oggettive e strumenti organizzati per la trasformazione.

Al di fuori di questo schema i proclami rivoluzionari lasciano il tempo che trovano, come puntualmente è avvenuto e per questo siamo sempre stati avversari di quelli che definiamo metodi soggettivistici, sia nella versione ideologizzante che in quella movimentista. Le due versioni di questa logica hanno avuto una rappresentazione quantitativamente diversa, ma la sostanza delle loro posizioni era e rimane identica. In ambedue c'è uno stacco sostanziale tra realtà e proposta politica e questo ne spiega il fallimento, anche quando, per rendere apparentemente credibile la scelta 'rivoluzionaria', si è scomodato il marxismo-leninismo .

Ovviamente i fallimenti non si spiegano solo con gli errori e le previsioni fasulle. C'è un contesto storico che ha condizionato il tutto - e negativamente - e bisogna tenerne conto. Ma la pretesa non è fare la rivoluzione a tutti i costi, ma almeno iniziare un processo che mantenga aperta la prospettiva, cosa di cui in Italia non v'è traccia.

Noi in tutta questa vicenda, pur coi grandi limiti che ci hanno caratterizzato, ci siamo attenuti a un criterio di concretezza delle esperienze, senza proclami altisonanti, ma lavorando nel concreto delle contraddizioni e seguendo una bussola da comunisti che ci facesse capire l'indirizzo da seguire. Così quando abbiamo dato vita all'OPR, l'organizzazione proletaria romana, stabilendo una netta distinzione dal movimentismo anarco-operaista e di matrice studentesca. Così quando abbiamo tentato, con un certo successo, di costruire strumenti rappresentativi dei lavoratori, le RDB, le rappresentanze sindacali di base, e infine quando ci siamo presentati, come Movimento per la Pace e il Socialismo, a un appuntamento 'comunista' di cui Cossutta, Bertinotti e i loro epigoni dell'Ernesto sono stati i becchini.

A un certo punto di questi nostri percorsi, gli avvenimenti dell'89 hanno messo in luce i problemi strutturali che andavano maturando nel mondo e abbiamo smesso, non di seguire gli avvenimenti e analizzarli, ma di continuare a pestare l'acqua nel mortaio. Il movimentismo e i residui del dogmatismo non ne hanno tratto invece le conclusioni e hanno proseguito nelle vecchie logiche, remando controcorrente su una zattera che il vortice della controrivoluzione portava altrove.

Oggi la situazione è diversa. I dati interni e internazionali ci dicono che la situazione si è messa in movimento sotto la spinta della crisi economica, che è anche crisi sociale, e che l'imperialismo a direzione americana è in grosse difficoltà e produce contraddizioni e conflitti di larga portata. Dobbiamo quindi prendere atto di ciò e cercare di aprire una nuova fase di lavoro politico e di classe.


1. Che cosa caratterizza la situazione oggi?

Per aprire una discussione politica e strategica bisogna uscire dalle fumisterie ideologiche e falsamente 'politiche' e analizzare concretamente gli avvenimenti di questi due decenni sapendoli interpretare correttamente.

Diciamo che nel periodo che stiamo esaminando ci sono state due fasi.

La prima ha provocato un arretramento spaventoso di tutto ciò che il movimento comunista e i movimenti di liberazione antimperialisti avevano prodotto nel xx secolo. Il crollo del socialismo in URSS e in Europa e l'attacco militare a una serie di Stati sovrani che non rientravano nel dominio diretto del sistema imperiale americano sono stati gli elementi di questo passaggio epocale.

Qual'era l'obiettivo di quelli che venivano definiti i vincitori della guerra fredda? L'obiettivo era al tempo stesso economico e militare. L'intenzione era quella di allargare enormemente gli spazi di intervento economico al fine di creare una nuova accumulazione di profitti e di appropriazione di risorse naturali. Sul piano strettamente militare si è trattato della guerra in Jugoslavia per il controllo del Balcani, dell'allargamento della NATO a Est e dell'espansione dell'UE col coinvolgimento di una serie di stati ex socialisti, della vicenda dell'11 settembre a New York e l'attacco all'Afghanistan all'Iraq. In tutte queste vicende i paesi europei hanno fatto da comprimari dividendo con gli USA il bottino e partecipando alle guerre di aggressione.

In queste circostanze abbiamo dato il nostro modesto ma significativo contributo, con le iniziative contro la guerra in Jugoslavia e per la verità sull'11 settembre e con Iraq Libero, prima risposta all'imperialismo di sinistra italiano, ma anche con le iniziative contro l'embargo alla Libia e la partecipazione alla direzione del CILRECO, il comitato internazionale per la riunificazione della Corea.

Il contributo vero, però, a bloccare il progetto imperiale americano è venuto dalla resistenza irachena e da quella afghana. Lì le guerre cosiddette 'umanitarie' hanno trovato il loro limite e si è invertita una tendenza.

Da allora il vento è cambiato e di molto. Le guerre 'umanitarie' sono andate sì avanti, con l'aggressionea alla Libia e alla Siria, ma si è messo in movimento l'intero Medio Oriente con orientamenti non univoci seppure con interferenze americane dirette e indirette. Si può dire però che la crisi militare dell'imperialismo americano e della NATO ha trovato nel M.O. una espressione evidente. Non è ancora però una sconfitta militare strategica. Sul campo difatti sono presenti forze legate agli USA e agisce la potenza militare israeliana. Anche questa però ha trovato in Libano e a Gaza una resistenza che fa apparire Israele più come una enclave assediata che una potenza in espansione. Quello che è certo è che in M.O sono saltate le certezze e i capisaldi storici su cui gli americani hanno basato per decenni la loro strategia di dominio. Ora si devono accontentare di una tattica affannosa e di operazioni militari sempre più sporche utilizzando l'islamismo radicale di facciata come ultimo rifugio e il nazismo israeliano.

A esaurire la spinta propulsiva del sistema imperiale americano sono state però questioni più strutturali: la nuova situazione geopolitica e la crisi economica mondiale che ha investito i capisaldi dell'impero. Con una interazione inevitabile.

Da quando il sistema imperiale a guida americana è partito per le nuove crociate è emerso che di fronte ad esso non c'erano praterie da percorrere con molta facilità, ma catene montuose costituite dal sistema dei BRICS e dalla Cina in particolare. Non è un sistema omogeneo né una assoluta linea di demarcazione, ma un contrappeso enorme sul piano geopolitico, militare ed economico.

Dal punto di vista geopolitico ora la situazione si complica ulteriormente perchè la Russia rivendica un ruolo non previsto dal sistema imperiale americano, un ruolo di grande potenza che sa intervenire in M.O. tramite la Siria, che si proietta nello scenario euroasiatico e che pretende di intervenire nell'area europea dell'ex URSS.

Gli USA passano quindi dall'offensiva alla difensiva e per tenere le posizioni alimentano i venti di guerra per interposta persona o direttamente.

Questo non porta più solo a guerre 'umanitarie', ma a guerre di portata più ampia che interessano tutto il M.O e tutta l'Europa. La situazione si è messa davvero in movimento e cambiano gli scenari.

Agli Stati Uniti e al loro sistema imperiale manca dunque quello che i nazisti chiamavano Lebensraum, lo spazio vitale per il quale si è combattuta la seconda guerra mondiale. La preda più ambita è la Russia, per l'importanza del suo territorio e delle sue risorse e per il rischio che possa coinvolgere l'Europa in un progetto di collaborazione che la renda autonoma dalla strategia americana. Si capisce quindi la questione Ucraina e la guerra che è iniziata e che non ha affatto valenza locale.

Ma quello che spinge l'occidente capitalistico allo scontro è la crisi economica e il suo rapporto con lo spazio vitale. Questa crisi, iniziata per motivi endogeni, cioè per l'insostenibilità dei livelli speculativi-finanziari di realizzazione del profitto, è anche diventata crisi delle possibilità di espansione del capitale, e non basta l'avanzamento tecnologico per avere il dominio dello sviluppo come in passato. Ora c'è la Cina e con questa e con le alleanze internazionali che attorno ad essa si intrecciano bisogna fare i conti. Su questo bisogna riflettere seriamente per prendere coscienza di quello che ci aspetta. Da qui partono le novità e con queste bisogna misurarsi.

Si badi bene, per evitare interpretazioni meccanicistiche di quanto è stato detto finora: sicuramente dobbiamo partire dal dato certo della riduzione di spazi e dalla crisi dell'egemonia degli Stati Uniti nel mondo, ma gli USA tenteranno comunque di coinvolgere nello scontro tutti i paesi possibili, in particolare in Europa e in Asia. Anche la creazione della zona di libero scambio atlantica (TTIP) è un passaggio in questo senso: gli USA tentano di rinserrare la fortezza atlantica dentro la propria area per reggere i rapporti di forza mondiali e andare allo scontro. Analoga operazione si sta tentando in Asia, seppure con maggiori difficoltà e diversi rapporti di forza.

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