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AGINFORM

Foglio di Corrispondenza comunista


Contributi
di analisi
e dibattito

Non si può far finta che Israele non pratichi l'apartheid

Lawrence Davidson, 24 marzo 2017, [qui]

24 Marzo 1999 - Marzo 2017 : NOI NON DIMENTICHIAMO

Enrico Vigna- Forum Belgrado Italia, 24 marzo 2017, [qui file pdf]

Deir ez Zor, Siria. Un nome che dovrebbe far vergognare tutto l'Occidente

Enrico Vigna, 14 marzo 2017, [qui file pdf]

Non ci resta che la Rosneft: come il governo Gentiloni sta affondando nel pantano libico

Federico Dezzani, 21 marzo 2017, [qui]

Merkel, Trump e i trattati che cambiano

Giuseppe Masala, 18 marzo 2017, [qui]

Si vendono persino la Cassa

Marco Bersani, 18 marzo 2017, [qui]; vedi anche Giulietto Chiesa [qui]

Israele avverte che attaccherà la difesa aerea siriana nonostante la presenza russa

18 marzo 2017, [qui]; fonte originaria Jerusalem Post [qui]

Gli Stati Uniti minacciano un attacco militare nella penisola coreana

Wevergton Britro Lima, 18 marzo 2017, [qui]

"Concentare tutte le forze contro il nemico principale"

Domenico Losurdo, 8 marzo 2017, [qui] e [qui]

Siria e Donbass: lo stato dell'arte

Paolo Selmi, 6 marzo 2017, [qui]

Oltre La La Land

Piero Pagliani, 25 febbraio 2017, [qui]

Le colombe armate dell'Europa

Manlio Dinucci, 22 febbraio 2017, [qui]

Putin non scherza più. Persa la speranza in Trump

Maurizio Blondet, 21 febbraio 2017, [qui]

DDL Gambaro: arriva la Censura Online

Marco Bordoni, 16 febbraio 2017, [qui]

I Neoconservatori e lo "Stato Profondo" hanno castrato la presidenza Trump, è finita gente!

The Saker, 14 febbraio 2017, [qui], vedi anche lo stesso autore [qui] e da un'angolazione diversa "Il sipario strappato", Pierluigi Fagan [qui]

Media briefing di Eduard Basurin

Saker Italia, 5 febbraio 2017, [qui]

Face Off

Alessandra Daniele, 5 febbraio 2017, [qui]

La NATO è obsoleta?

Rete Civica Livornese contro la Nuova Normalità della Guerra, Registrazione audio, 3 febbraio 2017, [qui]

Putin parla della ripresa del conflitto in Ucraina

Video 5 febbraio 2017, [qui]

Kiev prepara uno scenario croato per il Donbass

Eadaily, 1 febbraio 2017, [qui]

L'Euro è in coma, ma i partiti litigano per le poltrone

Un'Europa diversa, 2 febbraio 2017, [qui]

La situazione in Novorussia

Jurij Podoljaka, South Front, 1 febbraio 2017, [qui], fonte originale [qui]

Le operazioni di elisbarco siriane a Dayr al-Zur

Valentin Vasilescu, 29 gennaio 2017, [qui], fonte originale [qui]

L'ordine esecutivo liquido del presidente liquido

Piotr, 1 febbraio 2017, [qui]

Il cielo sopra Berlino (si annuvola)

Pierluigi Fagan, 31 gennaio 2017, [qui]

! America anno zero: la presidenza modernariato

Segnaliamo per la sua particolare rilevanza questo saggio di 39 pagine reso disponibile in rete [qui]
Piotr, gennaio 2017,
[scarica il file pdf]

L'indignazione per Trump fa emergere tutta l'ipocrisia dei "liberal"

Moon of Alabama, 30 gennaio 2017, [qui], originale inglese [qui]

La giornata della Memoria e l'Ucraina

Piccole Note, 27 gennaio, [qui]

Siria: i "ribelli" che si combattono fra loro e le perdite turche aiutano il governo e i suoi alleati

Moon of Alabama, 24 gennaio 2017, [qui]

Il leader comunista russo commenta il discorso di Trump

21 gennaio 2017, [qui]

La falsa accusa di Trump ad Obama

Manlio Dinucci, 24 gennaio 2017, [qui]

Non è stata la Cina a rubarvi il lavoro

Jack Ma, Alibaba, 22 gennaio 2017, [qui]

A Davos va in onda la guerra civile ideologica europea

Ambrose Evans-Pritchard, 19 gennaio 2017, [qui]

Il Trump che sarà

Manlio Di Stefano, M5S, 20 gennaio 2017, [qui]

La globalizzazione complessa

Pierluigi Fagan, 20 gennaio 2017, [qui]

Xi Jinping e la "globalizzazione"

Diego Angelo Bertozzi, 18 gennaio 2017, [qui]

Situazione operativa sui fronti siriani al 18-1-2017: la battaglia di Deir Ezzour

Stefano Orsi, [qui]

Smantellare l'Ue potrebbe essere una via di salvezza per l'Europa

Vaclav Klaus, ex presidente ceco, 13 gennaio 2017, [qui]

Donald Trump e il protezionismo

Jacques Sapir, 10 gennaio 2017, [qui]

Il futuro della Siria passa per Astana

Piccole Note, 17 gennaio 2017, [qui]

Gli Stati Profondi che vogliono inghiottire Trump

Giulietto Chiesa, 14 gennaio 2017, [qui]

La strategia della tensione della NATO mette a rischio l'Europa

Manlio Di Stefano, 12 gennaio 2017, [qui]

Buoni propositi per l'anno che viene

Mimmo Porcaro, 30 dicembre 2016, [qui]

Le bufale del mainstream che hanno prodotto milioni di morti

Blog 5 Stelle, 7 gennaio 2017, [qui]

Il Collasso della Sanità Pubblica in Grecia: "Stanno morendo pazienti che potrebbero sopravvivere"

Helena Smith, 1 gennaio 2017, [qui]

Le 10 vittorie del presidente Maduro nel 2016

Ignacio Ramonet, 2 gennnaio 2017, [qui]

L'eredità del democratico Barack Obama

Manlio Dinucci, 3 gennaio 2017, [qui]

Istanbul: non è come al Bataclan

Piccole Note, 2 gennaio 2017, [qui]

Crociata Anti Bufala: Situazione tragica ma non seria

Marco Bordoni, 3 gennaio 2017, [qui]

Il disastro dell'aereo militare russo Tu-154: alcune brevi considerazioni iniziali

The Saker, 25 dicembre 2016, [qui]

La liberazione di Aleppo

Dal blog delle stelle Manlio di Stefano, 22 dicembre 2016, [qui]

! L'ambasciatore siriano all'ONU fa i nomi degli agenti stranieri intrappolati ad Aleppo

Video sottotitolato in italiano The Saker, 20 dicembre 2016, [qui]

Oltre la Raggi. Il M5S lanci gli stati generali dell'economia

Simone Santini, 18 dicembre 2016, [qui]

I 14 segnali sull'esistenza di un complotto per per usare la Russia come pretesto per derubare Trump della presidenza il 19 dicembre o il 6 gennaio

Michael Snyder, 12 dicembre 2016, [qui]

La liberazione di Aleppo

Piccole note, 16 dicembre 2016, [qui]

ALEPPO. Lettera aperta a Corrado Formigli (Piazza pulita)

Marinella Correggia, 16 dicembre 2016, [qui]. Leggi anche le lettere di Stefania Russo [qui] e Vincenzo Brandi [qui]

Orgia di sdegno a comando
su Aleppo

La guerra di Aleppo non è solo come ve la raccontano Fulvio Scaglione, 15 dicembre 2016, [qui]
"Ultimi messaggi da Aleppo" [video - inglese] Anissa Naouai, In the Now, 16 dicembre 2016, [qui]
Tutti impegnati a falsificare Aleppo Giulietto Chiesa, Pandora TV, 16 dicembre 2016, [qui]
Le tre grandi bugie su Aleppo Gian Micalessin, 15 dicembre 2016, [qui]
Dietro alle bugie su Aleppo, servizio di Asia News - lettera di Nabil Antaki Ora pro Siria, 14 dicembre 2016, [qui]

Dove va l'America di Trump?

Pierluigi Fagan, 13 dicembre 2016, [qui]

CIA, Russia, Trump

Pierluigi Fagan, 11 dicembre 2016, [qui]

Media briefing sull'evacuazione dei civili da Aleppo

Video, 10 dicembre 2016, [qui]

I perché del no
(in dissenso da Illy)

Alberto Bagnai, 10 dicembre 2016, [qui]

La sconfitta dei sauditi

Piccole Note, 9 dicembre 2016, [qui]

De Magistris e l'"Assedio di Aleppo"

Francesco Santoianni, 10 dicembre 2016, [qui]

Il NO ai media

Alberto Bagnai, 5 dicembre 2016, [qui]

La guerra dell'Occidente alla 'verità'

Paul Craig Roberts, 6 dicembre 2016, [qui]

! E' ORMAI IMMINENTE LA LIBERAZIONE DI ALEPPO

Situazione operativa sui fronti siriani dal 24 al 27 novembre Stefano Orsi, 27 novembre 2016, [qui]

La morte di Fidel e il punto di svolta della crisi: una coincidenza non casuale

Piotr, 28 novembre 2016, [qui]

L'Europa che paragona la Russia all'Isis

Blog 5 Stelle, 23 novembre 2016, [qui]

L'occidente si è trumpato il cervello

Roberto Quaglia, 20 novembre 2016, [qui]

MOLDAVIA: alle elezioni presidenziali il popolo moldavo cambia rotta e cerca un'alternativa, rivolgendosi verso la Russia. Una svolta geopolitica.

Dossier Enrico Vigna, 14 novembre 2016, [scarica pdf]

La vittoria di Donald Trump. Tra rottura e ripetizione della Storia

Piotr, 10 novembre 2016, [qui]

Trump eletto Presidente: rischi ed opportunità

The Saker, 9 novembre 2016, [qui]

Sul ciglio delle (loro) elezioni

Piotr, 6 novembre 2016, [qui]

Trump: una Brexit statunitense?

Miguel Angel Ferrer, 5 novembre 2016, [qui]

Tra Hillary e Trump vincerà... Mike Pence

Massimo Mazzucco, 5 novembre 2016, [qui]

I media russi amano davvero la campagna per demonizzare Putin

The Saker, 3 novembre 2016, [qui]

Le e-mail di Hillary Clinton e la Fratellanza

Thierry Meyssan, 1 novembre 2016, [qui]

L'Italia tradita

Cesare Corda, 23 ottobre 2016, [qui]

La battaglia di Mosul, l'inganno di Washington e Ankara

Mouna Alno-Nakhal, 23 ottobre 2016, [qui], originale in francese [qui]

Quando Mosul cadrà, l'ISIS cercherà scampo in Siria. E poi?

Robert Fisk, 18 ottobre 2016, [qui]

Il primo conflitto globale

Pierluigi Fagan, 19 ottobre 2016, [qui]

No ai soldati italiani al confine con la Russia

Beppe Grillo, 14 ottobre 2016, [qui]

Poker nucleare

Israel Shamir, 9 ottobre 2016, [qui]

Contribuisci anche tu a infiammare la guerra in Siria!

Italo Slavo, 6 ottobre 2016, [qui]

! Dal giorno 6 ottobre 2016 una guerra tra la Russia e gli USA è possibile in ogni momento

Piotr, 7 ottobre 2016, [qui]

Ministero della Difesa Russo - media briefing del 6 ottobre 2016

[qui]

Le opzioni russe contro un attacco americano in Siria

The Saker, 5 ottobre 2016, [qui]

L'esercitazione della Difesa Civile russa del 4-7 ottobre 2016

video, [qui]

! Ad Aleppo si gioca il destino del mondo

Piotr, 4 ottobre 2016, [qui]

[continua]    


Il ritorno del riformismo di sinistra

Matteo Renzi pensava di aver sradicato la cultura storica della sinistra riformista di derivazione PCI, ma quello che sta succedendo dopo il referendum del 4 dicembre dimostra non solo che l'obiettivo non è stato raggiunto, ma che la violenza con cui l'operazione è stata condotta ha sviluppato degli anticorpi i cui effetti non sono misurabili a breve. Difatti lo scontro che si è delineato dentro il PD, e con cerchi concentrici attorno, ha fatto emergere che la questione non ha carattere personale; ovvero questioni di ruoli esistono, ma non è questo il dato essenziale. Se qualcuno ha riparlato di bandiera rossa su cui non bisogna sputare, vuol dire che il richiamo degli scissionisti si è fatto portatore di una tradizione riformista che il renzismo tendeva ad annullare completamente, dimenticando che il PD è il punto di arrivo della tradizione riformista del PCI senza la quale l'operazione non poteva avere radici.

Nella sua estrema incultura e incapacità di comprensione della realtà, Matteo Renzi non ha valutato che la questione del referendum sulla riforma della Costituzione metteva in moto una storia che parte dall'antifascismo e dalla Resistenza ed è qualcosa di ben diverso dalle manipolazioni del giocatore d'azzardo di Rignano sull'Arno. Non è un caso che l'ANPI sia stata uno dei soggetti che ha condotto la battaglia del 4 dicembre.

Certamente i numeri danno l'impressione che il renzismo sia ancora dominante e che, a vedere lo spettacolo della kermesse del Lingotto, Bersani e soci siano solo dei residuati. Francamente l'idea che si poteva avere era anche quella, ma poi, quando la parola scissione è stata pronunciata, la macchina del recupero storico si è messa in moto. E ora?

Certamente non ci troviamo di fronte alla rifondazione di un nuovo PCI. Tutt'altro. Si tratta invece di una ricomposizione di un'area riformista di sinistra che ha la duplice funzione di far riemergere nel corpo della società italiana una tradizione che, come direbbe Palmiro Togliatti, viene da lontano e di proiettarla nei futuri equilibri parlamentari e istituzionali. Con quali effetti?

Intanto bisogna dire che la partita tra il PDR (partito di Renzi) e DEP (democratici e progressisti) è ancora tutta aperta, nel senso che dipenderà dalla capacità di Renzi di accreditare l'idea che oggi il PDR sia ancora il PD e starà al DEP dimostrare che il riformismo di sinistra ha qualche idea seria per avere una funzione.

Quello che oggi si può dire è solo che da una parte l'offensiva renziana si è infranta contro un muro di difficoltà, di cui l'annullamento dei referendum CGIL è ulteriore dimostrazione, e dall'altra che non si parla più solo di liberismo virtuoso per risolvere la crisi, ma esiste anche una grossa questione sociale. Può anche darsi che qualche riformista più attento avanzi proposte meno devastanti di quelle del governo Renzi, ma nessuno di noi può farsi illusioni sulle coordinate della nuova sinistra riformatrice. Rimangono sicuramente nella nuova strategia i temi del consolidamento e del rilancio UE, di una politica volta ad accelerare i processi economici di rafforzamento del capitalismo europeo a guida tedesca e di riorganizzazione militare dell'Europa dopo il 'tradimento' di Trump. Questa è la sostanza della sinistra riformista e con questa dovremo fare i conti in un panorama politico ben diverso dall'epoca del renzismo rampante.

Aginform
18 marzo 2017


Un'appropriazione indebita
La storia dell'OPR è un'altra

Un gruppo che si rappresenta come 'comunisti in rete' sta proponendo una ricostruzione falsa della storia dell'Organizzazione Proletaria Romana. L'OPR infatti ha avuto caratteristiche assai diverse da come vengono rappresentate dagli autori di un libro propagandistico [qui la cronaca della presentazione] che sembra avere più che altro lo scopo di accreditare gli autori e il loro gruppo come ispiratori di un'esperienza originale, una 'anomalia' nel panorama degli anni '70. Quel che segue valga dunque come smentita e diffida (politica) contro chi sta tentando questa operazione. Ciò, sia ben chiaro, senza alcuna intenzione di aprire una querelle infinita, del tipo di quelle 'antirevisioniste' di maoista o bordighista memoria. Lasciamo volentieri i passatempi di questo tipo ai gruppettari di ieri e di oggi. Noi vogliamo semplicemente salvare la nostra storia di compagni e comunisti, tenendola fuori da quel terreno melmoso, fatto di imbroglio politico e opportunismo, a cui l'OPR è stata sempre estranea.

Intanto una puntualizzazione 'storica'. La storia dell'OPR finisce nel 1991, al termine di una discussione che ne sancisce anche formalmente la dissoluzione. La discussione riguardava lo scontro tra i fautori di una sorta di nuova 'via parlamentare al socialismo' e chi, come noi, riteneva che il rapporto con le istituzioni dovesse essere unicamente di rappresentanza delle istanze centrali di cui l'OPR era portatrice, l'organizzazione dei lavoratori e le lotte sul territorio a Roma.

Il gruppo dei comunisti in rete in quella occasione difese i 'parlamentaristi', le cui gesta successive sono note: dalla lotta per la casa all'assessorato alla casa con Rutelli, all'assessorato al bilancio della regione Lazio e poi alla carica di vice sindaco con Marino e indicato dalle cronache come cliente di Buzzi. Se però a suo tempo gli autori della 'storia anomala' hanno difeso personaggi che poi, raggiunto l'obiettivo, si sono liberati rapidamente del fardello del comunismo e della lotta di classe, ciò non è accaduto per caso, e la storia successiva dei comunisti in rete lo dimostra.

Ma il vero motivo per cui l'esperienza dell'OPR finisce nel 1991 ha radici oggettive, anche se coloro che si sono appropriati della carrozzeria pensavano ad altro e non avevano nessun interesse ad approfondire la questione. Gli anni '90 come tutti ben sanno sono segnati dalla crisi del movimento comunista e dal crollo dell'URSS e delle democrazie popolari. "Che cosa c'entra questo con la fine dell'OPR?" Questo andavano dicendo i futuri comunisti in rete, che così impedivano una discussione seria sugli avvenimenti e sulle conclusioni da trarne. E qui entriamo nel merito di una delle vere 'anomalie' di questa organizzazione che pur agendo su un terreno di massa, manteneva una sua caratteristica comunista e di disciplina interna, contro la logica dei 'diversamenti comunisti' che imperversava nel 'movimento'. Certamente non eravamo noi a poter rivendicare la rappresentanza dei comunisti italiani. Per questo abbiamo aspettato inutilmente, prima e dopo la fine del PCI, che i comunisti si riorganizzassero sul terreno di classe e internazionalista per poter dare il nostro contributo. Come risposta abbiamo avuto Bertinotti e Cossutta e la partecipazione ad un governo che bombardava la Jugoslavia. Questo ci ha convinti che ormai il combinato disposto tra il crollo dell'URSS e le caratteristiche di quella che veniva definita 'rifondazione' comunista precludeva una effettiva riorganizzazione dei comunisti, almeno a breve, e che la trincea non poteva essere mantenuta in quelle condizioni (rimandiamo a questo proposito a quanto scrivemmo nel '94 - ["Alcuni interrogativi per una discussione sull'89" - qui]). Su questo a quanto pare non ci eravamo sbagliati.

Certo, i comunisti non erano spariti in Italia, ma le aggregazioni possibili, come i fatti dimostrano, potevano essere solo residuali. Quindi, come poteva un'organizzazione con la pretesa di contribuire a svolgere una funzione strategica (perchè tale è il compito dei comunisti) avere un futuro? Da qui nasceva la crisi dell'OPR. Ma questo poteva interessare chi, non avendo uno straccio di ipotesi, pensava però all'eredità materiale che un lavoro di 15 anni aveva costruito? Certamente no e, date le circostanze, era meglio buttarsi sull'esistente per ricavarne qualche vantaggio. E così è stato e da lì comincia un'altra storia, che è appunto quella dei comunisti in rete.

Non entriamo nel merito di questa storia perchè non solo non ci appartiene, ma rientra in una pratica politica dalla quale ci siamo separati negli anni '70 per costruire, appunto, l'anomalia dell'OPR.

Un secondo aspetto di questa anomalia e che segna una discontinuità con l'esistente negli anni '70, caratterizzato dal binomio di anarcosindacalismo e progettualità rivoluzionaria basata su analisi fasulle, è stata la scelta delle rappresentanze sindacali di base, cioè l'intuizione che, se dal punto di vista politico la crisi del movimento comunista ci portava indietro di decenni, la deriva del PCI e del sindacato ad esso collegato faceva riemergere una ripresa dell'autonomia di classe nel tessuto produttivo e del lavoro dipendente. Su questa ipotesi, collegata a quella politica dell'OPR e che ci distingueva dall'autonomia operaia con la A maiuscola e dallo storico opportunismo della cosiddetta sinistra sindacale, abbiamo ottenuto una verifica positiva, ma la 'svolta' che ha portato a sostituire l'OPR con i comunisti in rete ha condizionato e distorto anche questo progetto. E non poteva essere altrimenti, dal momento che c'è una sostanziale differenza tra il sindacalismo di base che si rapporta ai gradi di sviluppo dell'autonomia di classe (come unica base dell'organizzazione dei comunisti) e l'ipotesi di un sindacatino autonomo esterno ai confederali. Visto che quel meccanismo funzionava lo si è poi anche riprodotto, dando però visibilità a una varietà di sigle che ricordano più i gruppi sessantottini che l'emergere di uno sviluppo unitario di classe nel paese.

Ma l'analisi del sindacalismo di base oggi richiede un discorso a parte. A noi interessa invece evidenziare che gli eredi immeritati delle RDB hanno cominciato a favorire, coi loro comportamenti, il frazionamento del sindacalismo di base per parrocchie, violando lo statuto originario e i contenuti del progetto di legge sulle modalità della rappresentanza che il senatore Nino Pasti aveva presentato, su nostra sollecitazione, al Senato nel 1983. Fino al punto che per sopravvivere si è arrivati anche a firmare contratti nel Pubblico Impiego senza una vera rappresentanza nelle categorie e infine, alla firma del famigerato accordo del gennaio 2014 tra confederali e confindustria sulla rappresentanza. Così si dava un colpo mortale all'autonomia di classe che era la base delle teorizzazioni dell'OPR e delle RDB.

Era inevitabile così che infine i comunisti in rete, senza una analisi corretta dei processi in corso in questi anni per definirne caratteristiche e potenzialità, sarebbero confluiti in quel brodo di cultura che è il 'movimento', cercando di aggregare tutto e il contrario di tutto nel vano inseguimento non solo di un'egemonia politica (con inconfessate velleità elettoralistiche) fatta di chiacchiere e di rituali post-sessantotteschi, ma anche del tentativo di trovare quella forza che sul terreno di classe stentava ad affermarsi e che è stata sostituita dallo sventolio di bandiere.

Come abbiamo detto all'inizio, l'OPR era nata proprio fuori e contro questo brodo di cultura fatto di anarcosindacalismo e di neocomunismo autocertificato e assolutamente eclettico, spesso confinante con l'anticomunismo. Oggi l'OPR, che è sempre stata su posizioni legate alla storia del movimento comunista, si ritroverebbe anche coinvolta dai comunisti in rete in alleanze strette con il gotha trotskista italiano, come è avvenuto con l'operazione fallita di Ross@.

Vogliamo ricordare, a questo proposito, che l'OPR ha anche pubblicato la rivista Lotta per la Pace e il Socialismo, nettamente schierata con il movimento comunista internazionale che ha sempre considerato il trotskismo una cosa estranea alle proprie basi storiche e teoriche. Quindi non solo si è scelto il brodo di cultura movimentista, ma addirittura si è passati dall'ortodossia all'eresia, che è la logica dei trasformisti.

P.S. Queste precisazioni, come si è detto, non sono l'apertura di un dibattito. Abbiamo anche evitato il gossip e di far nomi e non ci siamo lasciati trascinare dalla voglia di qualificazioni pesanti dei comportamenti. Quanto detto vale solo come precisazione, onde evitare che certi produttori di carta straccia si facciano scudo con l'OPR.


Aginform
19 febbraio 2017

La bohème è finita

Oltre ad essere un popolo di poeti, navigatori e santi, siamo anche un popolo abituato ad aggiornare continuamente i discorsi politici in funzione degli eventi senza ricavarne indicazioni concrete sul che fare, fatta eccezione per le scadenze rituali a cui siamo ormai abituati.

E' maledettamenente necessario, invece, che si prenda rapidamente coscienza della situazione che abbiamo di fronte e di come misurarsi con essa. Già l'onda dei profughi dalle terre sconvolte dalle guerre provocate dall'iniziativa imperialista dell'occidente dava la misura del ciclone che si stava avvicinando, ma questo non è bastato perchè si determinasse in Italia una reazione alla guerra adeguata agli avvenimenti. Perchè?

Una risposta abbiamo cercato di darla da tempo usando la definizione di sinistra imperialista, che si barcamena tra buonismo umanitario e pacifismo inconcludente, che sfugge alle sue responsabilità e spesso si dimostra anche subalterna alle centrali di propaganda occidentali (come sulla questione curda). Ma questo non è che un aspetto della questione. L'aspetto più preoccupante è invece un altro. L'Europa sta per essere investita da un altro ciclone, ben più pericoloso del primo, costituito da un concorso di contraddizioni esplosive che riguardano la guerra in Ucraina, la riorganizzazione europea attorno ai poli imperialisti continentali - Inghilterra, Germania, Francia e l'Italia 'stracciona' - e l'accentuazione sempre più evidente del potere repressivo sulle popolazioni in ragione del crescere della crisi economica e dell'instabilità politica. La dimensione europea però è lungi dall'essere la sola su cui misurarsi. L'era Trump è densa di incognite e lo scontro in atto tra globalisti e fautori di America first non è un'alternativa tra guerra e pace, ma tra due modi diversi di esercitare il potere imperiale degli Stati Uniti.

A che cosa portano queste considerazioni? Innanzitutto che ci si deve attrezzare allo scontro avendo un punto di vista globale, per evitare la parcellizzazione di avvenimenti che sono invece intimamente collegati. Eppoi avere coscienza che la questione centrale è l'antimperialismo, non quello degli slogans e delle chiacchiere ma quello vero, che misura i suoi livelli con il corso reale delle cose e li traduce in termini di analisi e organizzazione. Questo ci porta a dire, in secondo luogo, che il discorso antieuropeista deve essere coniugato con una strategia che presuppone un programma concretamente necessario e praticabile. L'uscita dall'Euro e dall'UE è una precondizione, ma ciò non significa che si possa trascurare il programma, con tutte le implicazioni che comporta. Dove sta anche solo un abbozzo di questo programma? E soprattutto, quali sono le forze che hanno la maturità di gestirlo?

Finora quello che si definisce 'antagonismo' si è limitato a generalizzare la parola 'NO'. E il resto? La lotta all'imperialismo è cosa troppo seria per farla gestire al 'movimento' con una sequela di NO. Soprattutto bisogna avere consapevolezza che se svolta antieuropeista ci sarà questa dovrà passare per un processo di tipo rivoluzionario che riorganizzi il sistema produttivo e le relazioni internazionali. Sennò sarà la destra nazionalista che prenderà le redini della situazione.

Aginform
6 febbraio 2017

I nuovi passaggi della crisi europea

All'interno della crisi globale che scuote l'occidente capitalistico, l'Europa è quella che sta subendo i contraccolpi maggiori e si prepara a subire i più grossi cambiamenti.

All'inizio sembrava che la crisi producesse una reazione a sinistra, soprattutto nel settore meridionale dell'UE, a partire dalla Grecia. Anche in questo caso, però, si è dimostrato valido il detto che 'chi fa la rivoluzione a metà si scava la fossa' oppure, come nel caso greco, per evitare gli ostacoli si passa dall'altra parte e si eseguono le direttive UE.

L'illusione riformatrice europea, anche se ha come coda Podemos e 5Stelle, si sta opacizzando ed emergono invece i nodi duri da sciogliere con una rappresentazione politica che è ben lontana da 'un altro mondo possibile', come recitava il famoso slogan bertinottiano. Il vero volto che sta emergendo dalla crisi difatti ha un'altra immagine ed è quella poco rassicurante non solo dei gruppi della destra xenofoba, ma soprattutto di settori importanti degli apparati istituzionali ed economico finanziari europei. Sono questi che stanno prendendo il sopravvento e indirizzano la situazione.

E' partita la Gran Bretagna con la Brexit, che ora sta arrivando rapidamente allo scioglimento di tutti i vincoli coi paesi UE e mira a un obiettivo neoimperiale con uno slogan alla Trump, Britain first.

In Francia si preparano le elezioni presidenziali sotto l'egida della destra, quella di Marine Le Pen e dei centristi che probabilmente si contenderanno la scena. Per la Francia non è tanto questione elettorale, ma di ruolo nel contesto internazionale. La sciatta esibizione del 'socialista' Hollande a rimorchio della Merkel, appena mitigata da criminali azioni militari, ha umiliato la grandeur francese e reso subalterno il potenziale di una nazione il cui peso non può essere sottovalutato da chi intende gestire il potere in Francia, sia che si tratti della destra lepenista che dei centristi 'europeisti'.

Solo la Merkel si illude ancora che il trucco dell'Euro e dell'Unione forte possa funzionare oltre, confortata in ciò dal servilismo greco e italiano assieme a quello di altri paesi dell'Europa meridionale. Che sia un'illusione lo sanno però anche i governanti tedeschi, che si stanno preparando a nuovi scenari, non di tracollo ma di possibile ricollocazione internazionale della Germania.

Anche personaggi liberali e liberisti, come l'ex primo ministro ceco Klaus, antico estimatore dell'UE alla quale firmò a suo tempo l'adesione del suo paese, ne sollecita ora lo scioglimento [qui].

Siamo quindi all'Europa dei cocci e in fase preagonica. Purtroppo dal grande caos stanno emergendo solo i progetti di ripresa neoimperialista. Ciò che si muove contro questa deriva difficilmente avrà la forza di bloccarla. Gli opportunismi della sinistra, la debolezza degli sfruttati dal feroce liberismo del capitale europeo - ora ancora più obbligato dalla concorrenza dei paesi più forti ad aumentare la pressione sulla forza lavoro - e infine la pratica inesistenza di un movimento antimperialista e contro le guerre che l'Europa conduce sono la fotografia della situazione. Questo non è un invito al pessimismo. Semmai è un invito a capire come si può dare un nuovo indirizzo alla situazione. Ma partendo dalla realtà.

Aginform
22 gennaio 2017

Il giacobino ha colpito ancora

Uno degli aspetti più vergognosi di questo regime a guida PD è stato l'allineamento di stampa e televisioni alle direttive renziane, e non solo per la vicenda del referendum del 4 dicembre, ma anche rispetto a tutte le balle sulla situazione economica e sui risultati delle riforme. La punta di questo regime mediatico è stata La Repubblica di Eugenio Scalfari, che si è legata mani e piedi all'avventura del pallonaro toscano accreditandolo come il rinnovatore che avrebbe fatto uscire l'Italia dalla crisi. Non era però un abbaglio, bensì una scelta reazionaria del giornale liberal che ha capito che solo da quella parte poteva venire la difesa degli interessi delle classi previlegiate. Nononostante la sconfitta del 4 dicembre, La Repubblica ha continuato ad attaccare, in particolare accanendosi contro la giunta Raggi a Roma.

La situazione di regime mediatico non si limita però certo al solo giornale scalfariano. La RAI pubblica, di cui Renzi ci ha imposto per decreto il pagamento del canone, è diventata un viatico vergognoso della propaganda del gruppo di potere targato PD. Spesso, e non sempre a proposito, si cita Goebbels, ma stavolta l'accoppiamento è d'obbligo, almeno per quanto riguarda la spudoratezza e la menzogna con cui il ripetitivo messaggio ci viene trasmesso.

Dopo il 4 dicembre, nonostante l'enorme successo raggiunto, la situazione si è andata avvitando sulla riforma elettorale e sulla durata del governo Gentiloni, mentre gli sconfitti stavano preparando la rivincita. Ora siamo vicini alla nuova ondata mediatica che deve imporre le elezioni a giugno e la sconfitta del demone grillino. Il lugubre Del Rio, il transfuga Migliore e il capo del governo a servizio di Renzi, Gentiloni, hanno aperto le danze al grido di elezioni, elezioni!

La svolta si è avuta quando Beppe Grillo, in presenza di una campagna mediatica fatta di menzogne, ha aperto per primo il fuoco sulla situazione dell'informazione intuendo che bisognava scompaginare l'artiglieria mediatica del regime per impedirne gli effetti sull'evoluzione della situazione politica.

Il colpo è andato a segno e nel merdaio dell'informazione è scoppiato il panico. La parola d'ordine, udite!, è la reazione di sdegno per il preteso attentato alla libertà di stampa e di informazione! Sicché gli strumenti mediatici del regime vestono i panni delle vittime.

Bene ha fatto dunque Beppe Grillo a invocare giurie popolari per smascherare gli autori della disinformazione a pagamento. Purtroppo non siamo in una situazione rivoluzionaria e quindi il richiamo ai tribunali popolari è puramente formale e, soprattutto, Beppe Grillo non ha a disposizione la ghigliottina come Robespierre e Saint-Just. Bisogna ammettere però che, aldilà dello stuolo impiegatizio e abbastanza fragile che lo segue e che non ha nulla che somigli ai sanculotti francesi, la mossa giacobina di Grillo, da comitato di salute pubblica, contro il regime dell'informazione ha prodotto i suoi effetti. Ancora una volta però - è il caso di ribadirlo - non li ha prodotti dentro quella sinistra che si definisce alternativa e spesso è solo perbenista e viaggia coi soliti modelli retorici, non afferrando i punti veri dello scontro e dimostrandosi codista e parassita

Aginform
6 gennaio 2017


Il governo del Presidente

Analizzando gli sviluppi della situazione che si è determinata con la fine del governo Renzi vengono a delinearsi i tratti fondamentali del nuovo quadro politico.

Siamo solo agli inizi della partita e il gioco è ancora aperto a colpi di scena, ma quello che si può capire è che il governo fotocopia dovrà operare, obtorto collo, sotto il controllo del presidente della Repubblica Mattarella. Difatti, quelli che sembravano i protagonisti della nuova fase, a partire dai renziani e da Renzi, si stanno via via sgonfiando e rischiano di apparire marginali nella soluzione della crisi politica in atto. A partire, appunto, da Renzi e dal suo gruppo.

Se consideriamo l'esito dell'assemblea nazionale del PD, quella in cui Renzi ha ammesso che ha straperso, si capisce che questo partito è allo sbando; l'astro nascente del decisionismo padronale italiano è già alle corde e le sue trovate non eccitano più neppure il 'giglio magico' che ancora lo sostiene (vedi le lacrime della Serracchiani). Attorno aleggia invece, tra quelli che hanno vissuto la fase della rottamazione, un'aria non solo di sconfitta, ma anche di preoccupazione sul futuro.

E' per questo che il grido di battaglia "al voto, al voto" si sta infrangendo di fronte alle manovre di quelli che fiutano il pericolo.

Il punto di forza di questa tendenza è il presidente della Repubblica il quale ha dichiarato che, se si dovrà votare, ciò potrà avvenire solo in presenza di una legge elettorale unica per Camera e Senato. Solo che questa precondizione non è facile da realizzare. Il 'Mattarellum' garantisce solo il più forte e lega le mani a chi intende giocarsi le prospettive lasciandosi le mani libere e quindi invoca il proporzionale.

All'ombra però della contesa sulle modalità del voto si sta profilando un'altra operazione che parte sì da Mattarella, ma vede partecipi coloro che hanno ben capito che con le pagliacciate di Renzi non si va da nessuna parte. I tasselli di questa operazione si stanno man mano collocando nello scacchiere istituzionale, a partire da personaggi come Minniti agli interni (con Alfano destinato proprio per questo al turismo politico) e la Finocchiaro ai rapporti col parlamento (la legge elettorale).

Tuttavia quello che si intravede non basta a tenere in piedi il quadro politico. Gli incidenti di percorso sono molti. Dai comportamenti imbecilli del ministro del lavoro, alle scarse qualità personali del nuovo capo del governo. E intanto vengono allo scoperto, non casualmente, altre questioni che smorzano gli entusiasmi elettoralistici della partitocrazia (scusateci il termine, ma non sappiamo definirla altrimenti): a partire dalle rinnovate divisioni nella destra, dalle condizioni in cui i 5Stelle si stanno trovando a Roma (che non è la Parma di Pizzarotti!), alla difficoltà di Renzi a ritrovare un protagonismo in assenza di progetti e sulle spalle un'arcisconfitta referendaria.

Ci vuole tempo quindi per tentare di rimettere assieme i cocci e per permettere anche che la crisi del renzismo dia una nuova identità alle forze che ruotano attorno al PD. Anzi,questa diventa una condizione senza la quale non è concesso procedere. Ancora una volta è Mattarella a dire che è necessario svelenire il clima politico. Che significa questo se non che bisogna rientrare nella 'normalità istituzionale'? Ci sembra che nella Magistratura ci sia chi sta lavorando per questo.

Aginform
21 dicembre 2016


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