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AGINFORM

Foglio di Corrispondenza comunista


Contributi
di analisi
e dibattito

Le reazioni russe all'abbattimento dell'aereo siriano da parte USA

"In the areas of combat missions of Russian air fleet in Syrian skies, any airborne objects, including aircraft and unmanned vehicles of the [US-led] international coalition, located to the west of the Euphrates River, will be tracked by Russian ground and air defense forces as air targets", Russia today, 19 giugno 2017, in inglese, [qui]

Merkel: no a nuove sanzioni antirusse. Danneggiano "noi"

Maurizio Blondet, 17 giugno 2017, [qui]

Il blocco del Qatar, la sfida petrolio-yuan e la guerra all'Iran

Dan Glazebrook, 14 giugno 2017, [qui]

Riassunto sulla Siria - Si intravede la fine della guerra

Moon of Alabama, 13-14 giugno 2017, [qui]. 17 giugno: gli USA abbattono un aereo siriano a sud di Rakka

I curdi di Siria si schierano perfino con il regime saudita

Omar Minniti, 12 giugno 2017, [qui]

Situazione operativa sui fronti siriani del 14-6-2017 n. 100!!!

Stefano Orsi, 14 giugno 2017, [qui]

La crisi in Qatar: ancora un altro goffo tentativo dei Tre Stati Canaglia di indebolire l'Iran

The Saker, 9 giugno 2017, [qui]

Un nazista a Roma in "piena sintonia" con Laura Boldrini

Danilo Della Valle, 8 giugno 2017, [qui]

Spari e kamikaze a Teheran: è partita l'operazione coperta della CIA

aurizio Blondet, 7 giugno 2017, [qui]

Il calderone Siria: ad un passo da un'importante resa dei conti

Peter Korzun, 7 giugno 2017, [qui]

A sinistra, con Putin!

Marco Bordoni, 6 giugno 2017, [qui]

Siria - La verità trapela sul New York Times - La NATO si prepara a combattere l'Iran e la Russia

Moon of Alabama, 26 maggio 2017, [qui]

Cosa succede nel Golfo?

Pierluigi Fagan, 6 giugno 2017, [qui]

Terremoto geopolitico nel Golfo

Pietro Batacchi, 5 giugno 2017, [qui]

Situazione operativa sui fronti siriani al 2-3-giugno 2017

Stefano Orsi, [qui]

Jihad 2.0: Come nasce il prossimo incubo

Pepe Escobar, 2 giugno 2017, [qui]; testo inglese [qui]

Situazione operativa sui fronti siriani al 30-05-17

Stefano Orsi, 30 maggio 2017, [qui]

Situazione operativa sui fronti siriani al 26-5-2017

Stefano Orsi, 26 maggio 2017, [qui]

Ai fanatici della NATO Trump non è piaciuto

Maurizio Blondet, 26 maggio 2017, [qui]

Se la NATO vuole la pace e la stabilità dovrebbe starsene a casa

Ulson Gunnar, 20 maggio 2017, [qui]

Xi Jinping e l'ochetta Martina

Pierluigi Fagan, 19 maggio 2017, [qui]

La sfida cinese sulla Nuova Via della Seta: la posta in gioco

I diavoli, 17 maggio 2017, [qui]

Forni crematori a go go. Quando Goebbels conquista le redazioni

Giulietto Chiesa, 17 maggio 2017, [qui]

Generali Usa: la Bomba per la pace

Manlio Dinucci, 16 maggio 2017, [qui]

Château Macron

Alessandra Daniele, 14 maggio 2017, [qui]

Macron

9 maggio 2017, Pier Francesco De Iulio [qui]; Ilsimplicissimus [qui]; Pino Cabras [qui]; Marcello Foa [qui]; Jacques Sapir [qui]

Venezuela: le 7 menzogne e i luoghi comuni più utilizzati dall'opposizione

Aporrea, 8 maggio 2017, [qui]; Geraldina Collotti, [qui]

Le catene di "ancoraggio" agli USA

Manlio Dinucci, 25 aprile 2017, [qui]

No alle bombe nucleari in Italia

Mozione presentata dai consiglieri regionali M5S delle marche, 21 aprile 2017, [qui]

Gabriele Del Grande: santo subito?

Vincenzo Brandi, 21 aprile 2017, [qui], vedi anche "Dalla Libia alla Siria, la strana storia di un giornalista free-lance finanziato da un miliardario" [qui]

Escalation nucleare nella penisola italiana: testata la bomba B61-12

Manlio Dinucci, 18 aprile 2017, [qui]

Dall'Italia l'attacco USA alla Siria

Manlio Dinucci, 11 aprile 2017, [qui]

Da Camp Darby armi USA per la guerra in Siria e Yemen

Manlio Dinucci, 14 aprile 2017, [qui]

Guardare la Corea sbagliata?

Pier Luigi Fagan, 15 aprile 2017, [qui]

Le colpe dei giornalisti nella guerra mondiale prossima ventura

Roberto Quaglia, 16 aprile 2017, [qui]

C'è l'Armageddon all'orizzonte?

Paul Craig Roberts, 15 aprile 2017, [qui]

Perchè una guerra nel Pacifico

Alberto Micalizzi, 14 aprile 2017, [qui]

L'AFP intervista Assad

13 aprile 2017, in francese [qui]; prima traduzione italiana [qui]

Una analisi a più livelli dell'attacco statunitense con missili da crociera alla Siria, e delle sue conseguenze

The Saker, 11 aprile 2017, [qui]

Afghanistan: una pace russa per una guerra americana

Christopher Black, 10 aprile 2017, [qui]

La Siria non si inginocchierà

Partito Comunista Siriano, 9 aprile 2017, [qui]

La fiction del G7 a Lucca

Manlio Dinucci, 4 aprile 2017, [qui]



Attacco americano in Siria su richiesta di Al-qaeda

Moon of Alabama, 7 aprile 2017, [qui]

Missili Usa sulla Siria: tante domande, tanti dubbi, una certezza. Al-Baghdadi e l'Arabia ringraziano

Marco Bottarelli, 7 aprile 2017, [qui]

"Ora dobbiamo esercitare i nostri diritti costituzionali e pretendere che l'Italia esca dalla NATO"

Comitato NO guerra NO NATO, 7 aprile 2017, [qui]

L'azzardo di Trump. Gli USA attaccano la Siria. L'ISIS esulta

Giampiero Venturi, 7 aprile 2017, [qui]

La propaganda anti siriana rialza la testa

Stefano Orsi, 4 aprile 2017, [qui]

Idlib, le domande da porsi prima che sia troppo tardi

Piccole note, 4 aprile 2017, [qui] e [qui]

Prima che inizi un'aggressione alla Siria, qualche dubbio sull'attacco di Idlib

AMN, Almasdar News, 4 aprile 2017, [qui]

La presenza USA in Corea porta all'instabilità

Ulson Gunnar, 25 marzo 2017, [qui]

Manifestazioni coperte dai media e altre non coperte

Maurizio Blondet, 28 marzo 2017, [qui]

Navalny, democratico made in USA

Manlio Dinucci, 28 marzo 2017, [qui]

Comincia la Rivoluzione Colorata di Russia. Quale colore?

Giulietto Chiesa, 27 marzo 2017, [qui];

Quando Obama arrestava manifestanti

Roberto Vivaldelli, 27 marzo 2017, [qui]

Due anni di guerra USA-saudita in Yemen

La grande manifestazione di Sanaa da un servizio di RT 26 marzo 2017, [qui video in inglese]

Non si può far finta che Israele non pratichi l'apartheid

Lawrence Davidson, 24 marzo 2017, [qui]

24 Marzo 1999 - Marzo 2017 : NOI NON DIMENTICHIAMO

Enrico Vigna- Forum Belgrado Italia, 24 marzo 2017, [qui file pdf]

Deir ez Zor, Siria. Un nome che dovrebbe far vergognare tutto l'Occidente

Enrico Vigna, 14 marzo 2017, [qui file pdf]

Non ci resta che la Rosneft: come il governo Gentiloni sta affondando nel pantano libico

Federico Dezzani, 21 marzo 2017, [qui]

Merkel, Trump e i trattati che cambiano

Giuseppe Masala, 18 marzo 2017, [qui]

Si vendono persino la Cassa

Marco Bersani, 18 marzo 2017, [qui]; vedi anche Giulietto Chiesa [qui]

Israele avverte che attaccherà la difesa aerea siriana nonostante la presenza russa

18 marzo 2017, [qui]; fonte originaria Jerusalem Post [qui]

Gli Stati Uniti minacciano un attacco militare nella penisola coreana

Wevergton Britro Lima, 18 marzo 2017, [qui]

"Concentare tutte le forze contro il nemico principale"

Domenico Losurdo, 8 marzo 2017, [qui] e [qui]

Siria e Donbass: lo stato dell'arte

Paolo Selmi, 6 marzo 2017, [qui]

Oltre La La Land

Piero Pagliani, 25 febbraio 2017, [qui]

Le colombe armate dell'Europa

Manlio Dinucci, 22 febbraio 2017, [qui]

Putin non scherza più. Persa la speranza in Trump

Maurizio Blondet, 21 febbraio 2017, [qui]

DDL Gambaro: arriva la Censura Online

Marco Bordoni, 16 febbraio 2017, [qui]

I Neoconservatori e lo "Stato Profondo" hanno castrato la presidenza Trump, è finita gente!

The Saker, 14 febbraio 2017, [qui], vedi anche lo stesso autore [qui] e da un'angolazione diversa "Il sipario strappato", Pierluigi Fagan [qui]

Media briefing di Eduard Basurin

Saker Italia, 5 febbraio 2017, [qui]

Face Off

Alessandra Daniele, 5 febbraio 2017, [qui]

La NATO è obsoleta?

Rete Civica Livornese contro la Nuova Normalità della Guerra, Registrazione audio, 3 febbraio 2017, [qui]

Putin parla della ripresa del conflitto in Ucraina

Video 5 febbraio 2017, [qui]

Kiev prepara uno scenario croato per il Donbass

Eadaily, 1 febbraio 2017, [qui]

L'Euro è in coma, ma i partiti litigano per le poltrone

Un'Europa diversa, 2 febbraio 2017, [qui]

La situazione in Novorussia

Jurij Podoljaka, South Front, 1 febbraio 2017, [qui], fonte originale [qui]

Le operazioni di elisbarco siriane a Dayr al-Zur

Valentin Vasilescu, 29 gennaio 2017, [qui], fonte originale [qui]

L'ordine esecutivo liquido del presidente liquido

Piotr, 1 febbraio 2017, [qui]

Il cielo sopra Berlino (si annuvola)

Pierluigi Fagan, 31 gennaio 2017, [qui]

! America anno zero: la presidenza modernariato

Segnaliamo per la sua particolare rilevanza questo saggio di 39 pagine reso disponibile in rete [qui]
Piotr, gennaio 2017,
[scarica il file pdf]

L'indignazione per Trump fa emergere tutta l'ipocrisia dei "liberal"

Moon of Alabama, 30 gennaio 2017, [qui], originale inglese [qui]

La giornata della Memoria e l'Ucraina

Piccole Note, 27 gennaio, [qui]

Siria: i "ribelli" che si combattono fra loro e le perdite turche aiutano il governo e i suoi alleati

Moon of Alabama, 24 gennaio 2017, [qui]

Il leader comunista russo commenta il discorso di Trump

21 gennaio 2017, [qui]

La falsa accusa di Trump ad Obama

Manlio Dinucci, 24 gennaio 2017, [qui]

Non è stata la Cina a rubarvi il lavoro

Jack Ma, Alibaba, 22 gennaio 2017, [qui]

A Davos va in onda la guerra civile ideologica europea

Ambrose Evans-Pritchard, 19 gennaio 2017, [qui]

Il Trump che sarà

Manlio Di Stefano, M5S, 20 gennaio 2017, [qui]

La globalizzazione complessa

Pierluigi Fagan, 20 gennaio 2017, [qui]

Xi Jinping e la "globalizzazione"

Diego Angelo Bertozzi, 18 gennaio 2017, [qui]

Situazione operativa sui fronti siriani al 18-1-2017: la battaglia di Deir Ezzour

Stefano Orsi, [qui]

Smantellare l'Ue potrebbe essere una via di salvezza per l'Europa

Vaclav Klaus, ex presidente ceco, 13 gennaio 2017, [qui]

Donald Trump e il protezionismo

Jacques Sapir, 10 gennaio 2017, [qui]

Il futuro della Siria passa per Astana

Piccole Note, 17 gennaio 2017, [qui]

Gli Stati Profondi che vogliono inghiottire Trump

Giulietto Chiesa, 14 gennaio 2017, [qui]

La strategia della tensione della NATO mette a rischio l'Europa

Manlio Di Stefano, 12 gennaio 2017, [qui]

Buoni propositi per l'anno che viene

Mimmo Porcaro, 30 dicembre 2016, [qui]

Le bufale del mainstream che hanno prodotto milioni di morti

Blog 5 Stelle, 7 gennaio 2017, [qui]

Il Collasso della Sanità Pubblica in Grecia: "Stanno morendo pazienti che potrebbero sopravvivere"

Helena Smith, 1 gennaio 2017, [qui]

Le 10 vittorie del presidente Maduro nel 2016

Ignacio Ramonet, 2 gennnaio 2017, [qui]

L'eredità del democratico Barack Obama

Manlio Dinucci, 3 gennaio 2017, [qui]

Istanbul: non è come al Bataclan

Piccole Note, 2 gennaio 2017, [qui]

Crociata Anti Bufala: Situazione tragica ma non seria

Marco Bordoni, 3 gennaio 2017, [qui]

Il disastro dell'aereo militare russo Tu-154: alcune brevi considerazioni iniziali

The Saker, 25 dicembre 2016, [qui]

La liberazione di Aleppo

Dal blog delle stelle Manlio di Stefano, 22 dicembre 2016, [qui]

! L'ambasciatore siriano all'ONU fa i nomi degli agenti stranieri intrappolati ad Aleppo

Video sottotitolato in italiano The Saker, 20 dicembre 2016, [qui]

Oltre la Raggi. Il M5S lanci gli stati generali dell'economia

Simone Santini, 18 dicembre 2016, [qui]

I 14 segnali sull'esistenza di un complotto per per usare la Russia come pretesto per derubare Trump della presidenza il 19 dicembre o il 6 gennaio

Michael Snyder, 12 dicembre 2016, [qui]

La liberazione di Aleppo

Piccole note, 16 dicembre 2016, [qui]

ALEPPO. Lettera aperta a Corrado Formigli (Piazza pulita)

Marinella Correggia, 16 dicembre 2016, [qui]. Leggi anche le lettere di Stefania Russo [qui] e Vincenzo Brandi [qui]

Orgia di sdegno a comando
su Aleppo

La guerra di Aleppo non è solo come ve la raccontano Fulvio Scaglione, 15 dicembre 2016, [qui]
"Ultimi messaggi da Aleppo" [video - inglese] Anissa Naouai, In the Now, 16 dicembre 2016, [qui]
Tutti impegnati a falsificare Aleppo Giulietto Chiesa, Pandora TV, 16 dicembre 2016, [qui]
Le tre grandi bugie su Aleppo Gian Micalessin, 15 dicembre 2016, [qui]
Dietro alle bugie su Aleppo, servizio di Asia News - lettera di Nabil Antaki Ora pro Siria, 14 dicembre 2016, [qui]

Dove va l'America di Trump?

Pierluigi Fagan, 13 dicembre 2016, [qui]

CIA, Russia, Trump

Pierluigi Fagan, 11 dicembre 2016, [qui]

Media briefing sull'evacuazione dei civili da Aleppo

Video, 10 dicembre 2016, [qui]

I perché del no
(in dissenso da Illy)

Alberto Bagnai, 10 dicembre 2016, [qui]

La sconfitta dei sauditi

Piccole Note, 9 dicembre 2016, [qui]

De Magistris e l'"Assedio di Aleppo"

Francesco Santoianni, 10 dicembre 2016, [qui]

Il NO ai media

Alberto Bagnai, 5 dicembre 2016, [qui]

La guerra dell'Occidente alla 'verità'

Paul Craig Roberts, 6 dicembre 2016, [qui]

! E' ORMAI IMMINENTE LA LIBERAZIONE DI ALEPPO

Situazione operativa sui fronti siriani dal 24 al 27 novembre Stefano Orsi, 27 novembre 2016, [qui]

La morte di Fidel e il punto di svolta della crisi: una coincidenza non casuale

Piotr, 28 novembre 2016, [qui]

L'Europa che paragona la Russia all'Isis

Blog 5 Stelle, 23 novembre 2016, [qui]

L'occidente si è trumpato il cervello

Roberto Quaglia, 20 novembre 2016, [qui]

MOLDAVIA: alle elezioni presidenziali il popolo moldavo cambia rotta e cerca un'alternativa, rivolgendosi verso la Russia. Una svolta geopolitica.

Dossier Enrico Vigna, 14 novembre 2016, [scarica pdf]

La vittoria di Donald Trump. Tra rottura e ripetizione della Storia

Piotr, 10 novembre 2016, [qui]

[continua]    


Il fascismo mediatico

Era preveggente la decisione di Matteo Renzi che di fascismo se ne intende di imporre il pagamento coatto dell'abbonamento RAI. Così si assicurava al novello minculpop la possibilità di 'orientare' le masse all'adorazione del regime. Per ottenere il risultato c'era bisogno però di una schiera di giornalisti serventi che a base di veline avrebbero dovuto tenere aggiornato il dossier delle bestialità eruttate dal capo.

Questo risultato è stato ottenuto. Imbecilli travestiti da giornalisti, furbetti col sorrisino ammiccante, dive pilotate, insomma la schiera dei cortigiani ci ammorba, attraverso le emittenti pubbliche, quotidianamente con menzogne che dovrebbero servire a convincere la gente del contrario di quello che realmente accade.

Un ultimo esempio di questo lavoro sporco sono stati i commenti ai risultati delle amministrative di domenica scorsa. Se scriviamo su questo non è per fare una cronaca dei fatti, non è il ruolo del nostro Aginform, ma per porre una questione politica di una gravità estrema e di cui nessuno parla, se non in versione grillina.

Dunque, domenica sera a urne chiuse si è cercato di capire il risultato delle amministrative. L'unica cosa che emergeva da questi commenti che preparavano peraltro le edizioni dei 'giornaloni' è che i cinque stelle avevano perso. Il coro era pesante e generale e, per certi versi, scandito con accanimento feroce. Il senso dei discorsi era che il mostro era stato sconfitto e così la paura dei servi sciocchi di perdere gli appannaggi sembrava svanire.

Era questo il vero scopo della campagna contro Grillo? Sicuramente questa ne era una componente, ma in realtà ne mascherava un altro, quello più importante, cioè nascondere la sconfitta del PD e la ripresa della destra. In effetti chi, seppure in una situazione di voluta sottovalutazione dei fatti, ha saputo leggere i risultati constatava subito che dalla conta emergeva qualcosa di diverso che il fascismo mediatico occultava: la sconfitta di Renzi e dei suoi satelliti di varia estrazione. In tutte le città più importanti, o meglio in quasi tutte a partire da Genova, il ballottaggio vedeva in vantaggio i candidati della destra e qualche volta il PD era anche escluso. Non solo, ma laddove il risultato non premiava la destra, vincevano personaggi come Orlando a Palermo (che dichiarava di non essere il candidato PD) oppure, come nel caso di Rignano sull'Arno, il paese di Renzi, vinceva un piddino che aveva rotto clamorosamente con lui e con suo padre.

Certamente i dati, compreso quello delle astensioni che sempre a Genova hanno superato il 50%, sarebbero comunque emersi, ma evidenziandoli due giorni dopo e dopo che il clamore antigrillino aveva cercato di occultare la realtà, l'effetto mediatico era stata raggiunto. Ha perso Grillo, ha perso! E il PD?

Se questo non è fascismo mediatico cos'è? Certo non è il manganello e l'olio di ricino, ma comunque somiglia ad una purga per il cervello.

La questione degli strumenti mediatici sta diventando, assieme alla questione della corruzione e della natura dei provvedimenti legislativi coercitivi questione importante.La mancanza di strumenti politici capaci di contrastare questa deriva è drammatica, ma all'orizzonte non si intravedono novità, se non il balbettio della sinistra 'antirenziana'.

Aginform
12 giugno 2017

Gli europeisti all'attacco

I segnali sono ormai chiari: dopo un periodo di stallo e di incertezze sulle prospettive gli europeisti che contano si sono rimessi in movimento e cercano di uscire dalla crisi. L'asse franco-tedesco, dopo l'elezione di Macron a presidente della repubblica francese, si è rinsaldato e ha lanciato l'appello ai governi europei a riprendere un percorso comune. E' stata in particolare la Merkel a dire che l'Europa deve fare da sola ed emanciparsi dalla tutela americana. Europa über Alles diventa dunque il grido di battaglia del nucleo forte industrial-finanziario europeo a guida tedesca.

Il 'tradimento' di Trump è stato colto al volo per far emergere una situazione oggettiva che la dinamica geopolitica imponeva da tempo. L'Europa felix era arrivata al capolinea con una Germania che aveva sfruttato la UE e l'euro per dominare il mercato continentale e imporre rigide regole, suscitando una reazione molto forte da parte di chi ne aveva subito gli effetti. La Francia in decadenza aveva provocato l'effetto Le Pen, il Regno Unito aveva deciso la Brexit per riaffermare una strategia da grande nazione fuori dalla gabbia UE e l'insofferenza antieuropeista si diffondeva dal sud al cuore dell'Europa anche in quella ritenuta più progredita. La crisi minacciava di far implodere l'intera struttura europeista. Il vaso di coccio tra i vasi di ferro.

L'arrivo di Trump alla presidenza americana, col suo slogan America first, ha tolto gli alibi a una borghesia incerta sul futuro da scegliere e l'ha costretta a rivedere la strategia basata sulla copertura americana all'ombra della quale faceva i suoi affari - in particolare la Germania - e affiancava le operazioni militari statunitensi.

L'alternativa che si è posta è quella di scegliere tra la crisi delle impalcature europee per arrivare ad un rompete le righe generale, oppure rilanciare un percorso unitario. L'elezione di Macron ha sciolto il nodo e permesso alla Merkel di dichiarare: ora facciamo da soli. L'asse franco-tedesco diventa dunque una chiamata alle armi per il capitalismo europeo che si vede costretto ad affrontare in campo aperto la sfida geopolitica che viene dalla Cina, dalla Russia e dagli USA. Non si possono fare più gli affari sotto la copertura della mondializzazione a guida americana. Soprattutto è arrivato il momento di vedere se questo continente è una comunità di stati rissosa o un polo forte e competitivo a livello mondiale. E' prevalsa la coscienza che un singolo paese europeo, Francia e Germania comprese, non potrebbe andare da nessuna parte.

Il progetto di rilancio quindi trova una base oggettiva nella situazione che si è determinata e per questo non va sottovalutato per le conseguenze politiche sociali e militari che produce. A partire dalla selezione di una classe dirigente - i governi europei per intenderci - che si omogenizzi intorno alla scelta fatta da Macron e dalla Merkel e dunque, nel caso italiano, che si metta in moto un meccanismo di superamento di quella cialtroneria di cui Berlusconi e Renzi sono stati finora l'espressione 'nazionale'.

Non si tratta ovviamente di processi di adeguamento della classe dirigente che possono interessarci, ma che dobbiamo invece continuare a combattere. Questi processi porteranno al consolidamento della linea liberista, a un ruolo imperialista più marcato, a una gestione più decisionista del potere. Chi si aspettava che il cosiddetto populismo cambiasse le cose dovrà ricredersi. L'ora X è rimandata.

Non ci rimane che attrezzarci per la nuova fase.

Aginform
3 giugno 2017


Assemblea nazionale

Milano, 10 giugno

Il 10 giugno si terrà a Milano l'assemblea nazionale dei delegati e dei lavoratori che fanno parte di Pubblico impiego in movimento, un coordinamento unitario del sindacalismo di base. L'assemblea è aperta a tutti e prevede anche una relazione del coordinatore di Medicina Democratica sulla sanità pubblica. Nel frattempo, in questi giorni, la ministra della funzione pubblica Madia ha raggiunto un accordo coi confederali e i loro reggicoda 'autonomi' sui decreti attuativi della Riforma della Pubblica amministrazione. Coi problemi che scaturiscono da questi accordi dovrà misurarsi l'assemblea di Milano. Sull'argomento pubblichiamo una analisi del compagno Federico Giusti.

Aginform
21 maggio 2017

Niente rinnovi salariali all'orizzonte.
Ma il Governo porta a casa quello che voleva, ossia i decreti Madia

Che il rinnovo dei contratti pubblici fosse in subordine alla approvazione dei decreti Madia era cosa risaputa dopo l'accordo tra sindacati e governo. Sono trascorsi due anni dal pronunciamento della Consulta che giudicava illegittimo il blocco dei contratti ma i sei anni non erano sufficienti se nel frattempo se ne sono aggiunti altri due, otto anni senza alcun rinnovo e con il potere di acquisto praticamente fermo. Una scelta arrendevole, quella di Cgil Cisl Uil e autonomi, non adeguatamente contrastata dai sindacati di base.

La campagna denigratoria contro il pubblico, i nuovi codici disciplinari, l'applicazione di codici etici e comportamentali, hanno alimentato il clima di paura e di rassegnazione nel pubblico con 3 milioni di dipendenti subalterni ai dettami governativi e sindacali: alla fine 8 anni senza contratti e con una pace sociale che vede i lavoratori e le lavoratrici incapaci di mobilitarsi anche contro l'arretramento dei salari e le carenze di organico. Il governo ha ottenuto cio' che voleva: riscrivere le regole vigenti nel pubblico, inserire i licenziamenti facili, dividere la forza lavoro mettendola in competizione solo per pochi euro di salaro accessorio, renderla ricattabile dai dirigenti e dalle loro valutazioni. In ogni caso, il mancato rinnovo è legato anche a fattori economici, poichè i i soldi per pagare i fatidici «85 euro medi» di aumento a regime previsti dall'intesa del 30 novembre ad oggi non ci sono nelle casse dello Stato. Per trovare questi soldi bisognerà attendere la legge di bilancio di fine anno. Solo per l'amministrazione centrale servono almeno 1,2 miliardi, altrettanto sarà l'importo da stanziare per i contratti della sanità e degli enti locali.

L'arrendevole linea sindacale all'insegna della subalternità ha quindi favorito il governo senza nulla in cambio: stiamo andando verso i 9 anni di vacanza contrattuale e il passaggio del turn over dal 25 al 75% stride con il rispetto di tutti quei vincoli finanziari che il governo ha conservato per la spesa di personale. Le trattative vere e proprie debbono ancora partire, serve del resto la direttiva ministeriale da inviare all'Aran che definirà i criteri-guida per le trattative.

Nove anni senza contratto hanno determinato una perdita salariale di 7.000 euro, i pochi aumenti salariali al momento andranno solo alle fasce di reddito più basse, oscura poi resta la gestione del bonus da 80 euro di cui beneficiano i redditi entro 26 mila euro. Per essere ancora piu' chiari: con questi aumenti contrattuali, quando arriveranno, si potrebbe superare di pochi euro il reddito annuale di 26 mila euro e cosi' perderemmo anche il bonus. Il governo sa bene che i lavoratori e le lavoratrici della pubblica amministrazione si troverebbero con un accordo nullo, cioè senza alcun aumento, visto che gli 85 euro promessi (se e quando arriveranno, se ci sarà la copertura finanziaria) del rinnovo contrattuale porteranno gran parte dei redditi annuali oltre i 26 mila euro determinando così la perdita del cosiddetto Bonus Renzi che , guarda caso, ha lo stesso importo. Al danno seguirebbe così anche la beffa a cui aggiungere il progressivo svuotamento del contratto nazionale e un peso sempre maggiore accordato al salario accessorio e alla sua diseguale distribuzione vincolata alle valutazioni dei dirigenti.

Il prossimo contratto annullerà la legge Brunetta che escludeva da ogni salario accessorio il 25% dei dipendenti, tuttavia siamo certi che le nuove regole escluderanno in ogni caso una parte del personale e la riduzione a 4 contratti nazionali (tanti quanti sono i comparti ridotti da 11 a 4 con accordo sottoscritto anche dal sindacato di base Usb) sancirà per molti un'ulteriore perdita salariale.

Si parla nel frattempo di rafforzare la valutazione interna agli enti pubblici senza mai avere fatto un serio esame sui risultati della performance. Le valutazioni, spesso umorali e non oggettive dei dirigenti, determinano una differenziazione salariale non supportata da criteri oggettivi; gli obiettivi programmati potrebbero essere i programmi di mandato dei sindaci o gli indirizzi regionali alle aziende sanitarie per ridurre la spesa complessiva; non illudiamoci che siano costruiti parametri oggettivi sulla base dei quali valutare i singoli dipendenti.

Dietro alla cultura della performance si nasconde un concetto assai pericoloso, secondo cui gli aumenti dovranno essere variabili da dipendente a dipendente, in base a valutazioni discrezionali e senza parametri oggettivi (per esempio la presenza in servizio). Il risultato ottenuto dal governo è quello auspicato, ossia creare divisioni all'interno della forza lavoro, ridurre l'importo degli aumenti, creare una pubblica amministrazione dove avrà spazio solo chi si piega alla cultura privatizzatrice del governo.

Il contratto collettivo nazionale stabilirà la quota delle risorse destinate alla performance (organizzativa e individuale) e i criteri perchè alla differenziazione dei giudizi (di fatto imposta) corrispondano anche i salari. Nel pubblico impiego il contratto nazionale assegnerà al secondo livello di contrattazione il compito di costruire le basi materiali per la disparità di trattamento economico tra dipendente e dipendente. Il salario accessorio si configura sempre piu' come strumento di disuguaglianza economica. Il contratto nazionale muta geneticamente la sua funzione, queste del resto erano le direttive di Cgil Cisl Uil con la firma dell'intesa del novembre 2016.

Ma dagli ultimi decreti Madia arrivano anche altri segnali preoccupanti. Desta perplessità la decisione di riservare il 20% del turn over alle promozioni interne senza concorso pubblico soprattutto dopo avere eliminato le progressioni verticali che avevano permesso a migliaia di lavoratori e lavoratrici progressioni di carriera, miglioramenti salariali e riconoscimento delle professionalità legate anche agli anni di servizio. Il loro ripristino sarebbe la soluzione migliore, ma ovviamente non sarà possibile, perchè le progressioni verticali determinano l'aumento della spesa per il personale che i decreti Madia vogliono ulteriormente ridurre. Ma attenzione: si intravede già una guerra tra poveri, perchè gli enti pubblici che vorranno riservare la quota del 20% alle progressioni di carriera interne potrebbero avere qualche vincolo in più in materia di assunzioni tramite concorsi.

E sbaglieremmo a pensare che la fine delle dotazioni organiche rappresenti un successo. Le assunzioni in ogni ente pubblico saranno determinate in base ai «fabbisogni» determinati dalla programmazione triennale, quindi non avremo più una dotazione di riferimento. Nel caso dei comuni ci saranno fabbisogni determinati per il raggiungimento dei programmi del Sindaco anche se la loro ricaduta effettiva sulla macchina gestionale dovesse rivelarsi catastrofica. Fate attenzione che le dotazioni organiche non sono rigide, come viene detto, ma rappresentano piuttosto una garanzia in più in assenza della quale un domani potranno stabilire assunzioni per rispondere alle reali necessità della macchina organizzativa ma solo in base ai piani inviati alla Funzione Pubblica.

Facciamo un esempio esplicativo: se un comune con la vecchia dotazione organica avrebbe dovuto assumere un certo numero di tecnici, di educatrici e di amministrativi (in base al turn over sancito per legge), un domani potrà aggirare queste necessità optando per concorsi destinati ad altre figure professionali, per esempio agenti di polizia municipale, da vendere come risposta alle richieste di sicurezza dei cittadini. In tal modo si aggirano i reali fabbisogni di personale favorendo continui processi di riorganizzazione e ristrutturazione, aumentando i carichi di lavoro e le mansioni esigibili senza alcun limite e allo stesso tempo rendendo più semplice esternalizzare intere direzioni e funzioni. Se qualcuno pensa ancora che la politica e la gestione amministrativa siano separate e ben distinte, sarà il caso che si ricreda da subito.

Anche i licenziamenti nel pubblico diventano piu' semplici: le cause di licenziamento diventano 10 con particolare attenzione verso chi dovessere violare i codici di comportamento in maniera reiterata o per lo scarso rendimento che poi significa valutazioni negative del dirigente per 3 anni consecutivi.

Altro argomento su cui riflettere è quello relativo alle stabilizzazioni dei precari previste tra il 2018 e 2020 con la riserva di posti nei nuovi bandi concorsuali destinata ai precari in possesso di alcuni requisiti. Quali? I tre anni di anzianità negli ultimi otto ed entro la fine del 2017, un requisito che non vale per la sanità e gli enti di ricerca. Non basta vietare dal 2018 i co.co.co, sarebbe opportuno capire quanti lavoratori atipici sono alle dipendenze del pubblico, soprattutto negli enti di ricerca e nell'università, e sanare queste situazioni ricprdando che anni fa le stabilizzazioni dei precari non hanno eliminato il precariato ma sono servite alla sopravvivenza del governo allora in carica. Ma è cosa risaputa che non ci sarà una sanatoria per la stabilizzazione dei precari, visto che negli enti non se ne conosce il numero e i numeri forniti dal governo sono solo una minima parte dei precari che con molteplici contratti operano all'interno della pubblica amministrazione. Un'ulteriore sconfitta del sindacato incapace ormai di tutelare la forza lavoro, precaria o stabile che sia.

Federico Giusti


Il Renzi dimezzato

Se è vero che la storia si presenta prima come tragedia e poi come farsa, la definizione si adatta abbastanza bene alla vicenda delle primarie PD. Difatti rispetto alle edizioni precedenti la somma dei votanti alle primarie del PD si è di fatto dimezzata dimostrando che Renzi ha cessato da tempo di avere il vento in poppa. Ciò produce una serie di effetti che non stabilizzano affatto la situazione e lasciano prevedere l'allargarsi di una palude dove Renzi rischia di annegare.

Partiamo dai numeri. Si parla di circa 1.800.000 votanti. In termini assoluti questo dà il senso di una sostanziosa partecipazione, ma approfondendo l'analisi si deve necessariamente ammettere non solo la disparità rispetto ai precedenti, ma anche e soprattutto che il dato va valutato in ragione del ruolo che Renzi gioca da tempo nella situazione italiana. Il personaggio, è bene ricordarlo, è sceso in pista col progetto di rottamare i vecchi meccanismi della politica e rappresentare un decisionismo di stile berlusconiano aggiornato che imprimesse una nuova dinamica sulle questioni che più stanno a cuore agli interessi del padronato e della finanza. Ciò significa che il 4 dicembre scorso Renzi ha sì subito una pesantissima sconfitta, ma gli interessi che gli ruotano attorno sono rimasti in piedi e giustificano l'apporto di voti alle primarie. Un Renzi dimezzato è pur sempre un'arma per le prossime battaglie e che così stiano le cose è dimostrato dalla tattica messa in campo dal segretario trombato dall'elettorato. L'uomo di Rignano si dimette subito dopo la sconfitta elettorale, ma prepara i suoi accoliti per una rivincita 'democratica' che gli consegna di nuovo il partito. Tutto questo però cozza contro altri dati di fatto che non garantiscono affatto la rivincita.

Intanto bisogna considerare che il 30% dei voti alle primarie è andato alle due liste di opposizione. Anche se i loro leader non brillano per coerenza, in realtà svolgono il ruolo di franchi tiratori che usciranno prima o poi allo scoperto. Orlando per conto dei suoi ispiratori istituzionali che non ritengono Renzi all'altezza ed Emiliano perchè lo aspetta al varco delle nuove manovre politiche verso Berlusconi. Ambedue gli oppositori hanno dichiarato infatti che in caso di elezioni, che comunque al più tardi si terranno all'inizio del 2018, la prospettiva deve essere di centro sinistra. Come potrà Renzi superare l'ostacolo? L'uomo è furbo, ma i suoi giochi sono scoperti. Per quanto si nasconda rimane sempre un uomo di destra.

La questione però non è solo interna al PD, la crisi del renzismo sta nella sua credibilità. Molti di quelli che lo ritenevano un nuovo uomo della provvidenza si sono accorti che ci si trova di fronte a un ciarlatano che non ha nessuna vera strategia per affrontare i nodi della situazione e che l'unica cosa che sa fare è quella di prendere ordini dai padroni interni e internazionali cercando di vendere la merce con la carta colorata che dovrebbe attrarre i compratori.

Il Renzi dimezzato continuerà a produrre danni e bisognerà fare attenzione, ma sul piano strategico è una tigre di carta. Per questo continuerà a far crescere la rabbia intorno a sè e alle sue manovre e per questo bisognerà spazzare via lui e la sua armata brancaleone di servi, incapaci e imbroglioni. Prepariamo la nuova ondata che deve travolgerli.

Aginform
6 maggio 2017

Alitalia: una grande prova di dignità dei lavoratori

Anche se con decenni di ritardo, la lotta dei dipendenti di Alitalia si è sottratta al sordido gioco che governi, manager corrotti e sindacati confederali hanno condotto attorno alla compagnia di bandiera italiana. Con un no secco, la stragrande maggioranza dei dipendenti ha risposto al quesito referendario sull'accordo confezionato da CGIL, CISL, UIL e UGL che prevedeva altri mille licenziamenti, una sostanziale riduzione degli stipendi e un aumento dei carichi di lavoro.

Negli anni precedenti, con accordi capestro e con il consenso anche di un certo 'sindacalismo di base' erano già stati licenziati migliaia di lavoratori e introdotto un precariato diffuso per 'salvare' patriotticamente la compagnia di bandiera, anche se queste operazioni facevano in realtà da copertura a strategie di gruppi di potere internazionali e ad ambizioni manageriali lautamente retribuite di una classe imprenditoriale a cui si dovrebbe presentare il conto anche sul piano giudiziario.

Il gioco si stava ripetendo ancora una volta: un accordo al ribasso per i lavoratori e le lavoratrici, per avere poi mano libera per ulteriori manovre speculative. Stavolta però l'operazione non è riuscita. A mandare in fumo progetti e appetiti sono stati proprio coloro a cui confederali, mass media e ministri hanno rivolto il loro ricatto perchè votassero sì. Una grande scelta di dignità che è stata fatta nonostante i rischi che presentava.

A questo si attaccano ora il governo e gli altri attori della partita paventando esiti catastrofici che andrebbero gestiti da un commissario straordinario.

Purtroppo la situazione dell'Alitalia è stata compromessa dagli esiti delle precedenti crisi, quando il movimento è stato indebolito dalle soluzioni di 'salvataggio' all'insegna del meno peggio, un meno peggio che è costato diecimila esuberi, assunzioni precarie e licenziamento delle avanguardie di lotta.

Ora però c'è stata la svolta e, come abbiamo detto nel corso della trattativa, tutto si sposta sullo scontro politico perchè l'interlocurore aziendale, con la mossa del commissario straordinario, si deresponsabilizza e il governo dice no a ogni forma di nazionalizzazione. Su questo il governo si è già attrezzato, scatenando una campagna del tipo di quella dei 'fannulloni' del pubblico impiego per spiegare agli italiani che per risanare l'azienda sono stati sperperati alcuni miliardi di euro.

Ma chi li ha sperperati e perchè? Da qui deve partire la risposta dei dipendenti Alitalia, non solo per far pagare chi deve pagare, ma per non accettare di farsi scaricare addosso le conseguenze del modus operandi degli speculatori di stato.

La vertenza assume quindi necessariamente, per avere forza, il carattere di scontro politico aperto e insieme riveste anche un significato più generale rispetto al modo in cui si è risposto finora a governo e padronato che sono riusciti ad imporre le loro soluzioni.

La partita è indubbiamente dura e per giocarla i dipendenti Alitalia hanno bisogno non di sbandieratori di sigle, ma di compattezza, di determinazione nella lotta e di una solidarietà profonda nel paese.

E' un'occasione per provare a vincere.

Aginform
26 aprile 2017

FINO A QUANDO ?

Questa è la domanda che ci siamo posti finora e ci riponiamo ancora dopo i bombardamenti di Trump sulla Siria. Una domanda che cerca di razionalizzare tempi e forme di una risposta a ciò che sta succedendo, di rendere politica un'angoscia che in molti viviamo da decenni, peraltro caratterizzati da una scarsa sensibilità contro le guerre infinite dell'occidente imperialista.

Certo non sono mancate in questi anni isolate e lodevoli iniziative di denuncia delle responsabilità americane ed europee nelle varie guerre di aggressione, ma gli effetti autistici che esse hanno dovuto registrare impongono una riflessione.

Il primo dato da analizzare riguarda il comportamento della sinistra, quella che negli anni migliori aveva svolto un ruolo importante nella mobilitazione. Che fine ha fatto questa sinistra?

Certamente una parte di essa ha seguito la deriva che l'ha portata al renzismo, ma la parte migliore pur non avendo seguito il pifferaio di Rignano sull'Arno si è lasciata invischiare in quel pensiero debole che è incapace di un'analisi corretta delle cause scatenanti delle guerre. Questa sinistra si è rivelata incapace di leggere negli avvenimenti il ruolo dell'apparato imperialista che organizza le condizioni per rendere possibili le guerre 'umanitarie' e le operazioni militari nascoste e palesi che le preparano. Non è un caso che la vicenda dell'11 settembre, quella 'strage di stato' che ha fatto più di duemila vittime, è passata, pur nella sua enormità, come una cosa scontata. La quasi totalità di coloro che dichiarano di essere contro le guerre ha accettato passivamente la tesi americana del complotto islamista. Eppure i comitati americani che hanno fatto controinformazione sugli attentati alle torri gemelle ci avevano messo in guardia con dovizia di argomenti sulla natura dell'operazione.

Che americani, sauditi e turchi siano stati gli animatori della guerra dell'ISIS è cosa risaputa e anche variamente documentata e commentata. Tutto ciò non ha scosso però le coscienze 'democratiche' della sinistra. Nella testa di troppi Saddam, Gheddafi, Assad (e prima di loro Milosevic) sono rimasti le anime nere che provocano le crisi vessando i loro popoli. Questa tesi purtroppo ha paralizzato e ancora paralizza tanta gente che dovrebbe essere in piazza a manifestare contro le guerre scatenate dall'imperialismo. Rendiamocene conto. Le operazioni sofisticate che passano attraverso le rivoluzioni colorate e travestono le guerre in 'difesa umanitaria' delle popolazioni non siamo riusciti a bloccarle. In questo sta la nostra sconfitta.

E allora? Allora ci sono due cose da fare. Una è dire a tutti coloro che in questi anni si sono impegnati a denunciare l'imperialismo che la Bohème è finita davvero. Non si può vivere di lotte virtuali, bisogna organizzare una strategia contro la guerra, una vera militanza antimperialista.

La seconda cosa da fare è rompere l'autismo e parlare davvero alla gente. Dire che stiamo andando incontro a guerre disastrose che ci coinvolgeranno tutti, come hanno coinvolto già milioni di persone e che l'odierna immigrazione prefigura il nostro futuro. Oggi forse, anzi è certo, non possiamo andare molto avanti nella direzione voluta, ma dobbiamo essere veramente consapevoli che di fronte abbiamo una prospettiva concreta di guerra e a questo ci dobbiamo preparare non con qualche corteo autistico, ma con gli strumenti politici adeguati.


Aginform
10 aprile 2017

Perchè l'Unione Europea rimane in piedi

Nel valutare gli obiettivi dei 27 governi riunitisi a Roma per il 60° dell'UE dobbiamo prescindere, ovviamente, dalla retorica delle celebrazioni, che peraltro sembravano piuttosto un funerale, e capire gli obiettivi che i protagonisti dell'evento si sono proposti.

E' il caso di farsi questa domanda perchè a Roma è mancato, aldilà delle parole, un disegno strategico di rilancio che fosse in grado di giustificare il mantenimento di un'Unione Europea che fa acqua da tutte le parti con l'uscita della GB, con la crescita di forze politiche che minacciano la leadership degli europeisti, con un discredito di massa tra le popolazioni e soprattutto con un'America molto poco solidale. Eppure il gruppo europeista, anche se malconcio, per ora ha raccolto la sfida e per due motivi, uno tutto europeo e un altro legato alla strategia internazionale dei globalisti di cui Obama si è fatto portatore e che cerca di risalire la china dopo la vittoria di Trump.

La questione del futuro dell'Europa rimane al centro della situazione ma per decidere in che direzione andare bisogna sciogliere molti nodi ed è per questo che a Roma non si è potuto nè voluto andare oltre le parole di circostanza. Per questo si sta anche prendendo tempo per verificare se ci sono le forze e la compattezza per rilanciare un'Europa che deve decidere se, dopo la Brexit, può diventare una potenza continentale che esordisca in questa nuova veste, molto svincolata dalla tutela americana, antagonista alla Russia, che viene percepita come nemico, senza la GB come spina nel fianco, e con un impegno militare a vasto raggio seppure subalterno.

Questa Europa che si vuole rafforzare come polo imperialista non sarà la nuova culla della libertà e dei diritti sociali, ma tutt'altro. E vediamo perchè.

Sul terreno economico, con l'acutizzarsi dello scontro tra le grandi aree, il capitalismo europeo dovrà accelerare i suoi progetti di tenuta e rilancio riversandone sul piano sociale tutte le conseguenze, anche se la nuova Europa continentale per attutire l'urto delle sue scelte cercherà di darsi una 'sensibilità sociale'. Essa deve poi anche tutelarsi nei confronti della Russia perchè in una fase di crisi con gli USA l'allentarsi delle tutele americane può scatenare movimenti centrifughi che rovescerebbero i rapporti di forza nel continente. Una Russia troppo forte e attrattiva diventa quindi un nemico con cui non ci si può permettere di allentare la tensione. Infine, lo scacchiere mediorientale non offre a questa Europa la speranza di inserirsi in un gioco dominato da altri. Bisognerà perciò insistere, con le guerre, per conquistarsi un posto al sole. Più difficile diventa, in questo contesto, la possibilità che un recupero di Obama riesca, almeno a breve, a modificare la situazione, anche se la campagna anti Trump sta assumendo toni isterici.

Per opporci alla nuova fase dell'imperialismo continentale bisognerà perciò affrontare uno scontro molto duro, sia con le lotte sociali che con un serio movimento anti UE che abbia connotati antimperialisti. Ci sono però precise ragioni sociali e di indirizzo culturale che impediscono in tempi brevi una svolta che rimuova una manifesta condizione di inadeguatezza. Con questo dobbiamo fare innanzitutto i conti se non vogliamo che altre svolte, ancora più drammatiche, prendano il sopravvento.

Aginform
30 marzo 2017

Il ritorno del riformismo di sinistra

Matteo Renzi pensava di aver sradicato la cultura storica della sinistra riformista di derivazione PCI, ma quello che sta succedendo dopo il referendum del 4 dicembre dimostra non solo che l'obiettivo non è stato raggiunto, ma che la violenza con cui l'operazione è stata condotta ha sviluppato degli anticorpi i cui effetti non sono misurabili a breve. Difatti lo scontro che si è delineato dentro il PD, e con cerchi concentrici attorno, ha fatto emergere che la questione non ha carattere personale; ovvero questioni di ruoli esistono, ma non è questo il dato essenziale. Se qualcuno ha riparlato di bandiera rossa su cui non bisogna sputare, vuol dire che il richiamo degli scissionisti si è fatto portatore di una tradizione riformista che il renzismo tendeva ad annullare completamente, dimenticando che il PD è il punto di arrivo della tradizione riformista del PCI senza la quale l'operazione non poteva avere radici.

Nella sua estrema incultura e incapacità di comprensione della realtà, Matteo Renzi non ha valutato che la questione del referendum sulla riforma della Costituzione metteva in moto una storia che parte dall'antifascismo e dalla Resistenza ed è qualcosa di ben diverso dalle manipolazioni del giocatore d'azzardo di Rignano sull'Arno. Non è un caso che l'ANPI sia stata uno dei soggetti che ha condotto la battaglia del 4 dicembre.

Certamente i numeri danno l'impressione che il renzismo sia ancora dominante e che, a vedere lo spettacolo della kermesse del Lingotto, Bersani e soci siano solo dei residuati. Francamente l'idea che si poteva avere era anche quella, ma poi, quando la parola scissione è stata pronunciata, la macchina del recupero storico si è messa in moto. E ora?

Certamente non ci troviamo di fronte alla rifondazione di un nuovo PCI. Tutt'altro. Si tratta invece di una ricomposizione di un'area riformista di sinistra che ha la duplice funzione di far riemergere nel corpo della società italiana una tradizione che, come direbbe Palmiro Togliatti, viene da lontano e di proiettarla nei futuri equilibri parlamentari e istituzionali. Con quali effetti?

Intanto bisogna dire che la partita tra il PDR (partito di Renzi) e DEP (democratici e progressisti) è ancora tutta aperta, nel senso che dipenderà dalla capacità di Renzi di accreditare l'idea che oggi il PDR sia ancora il PD e starà al DEP dimostrare che il riformismo di sinistra ha qualche idea seria per avere una funzione.

Quello che oggi si può dire è solo che da una parte l'offensiva renziana si è infranta contro un muro di difficoltà, di cui l'annullamento dei referendum CGIL è ulteriore dimostrazione, e dall'altra che non si parla più solo di liberismo virtuoso per risolvere la crisi, ma esiste anche una grossa questione sociale. Può anche darsi che qualche riformista più attento avanzi proposte meno devastanti di quelle del governo Renzi, ma nessuno di noi può farsi illusioni sulle coordinate della nuova sinistra riformatrice. Rimangono sicuramente nella nuova strategia i temi del consolidamento e del rilancio UE, di una politica volta ad accelerare i processi economici di rafforzamento del capitalismo europeo a guida tedesca e di riorganizzazione militare dell'Europa dopo il 'tradimento' di Trump. Questa è la sostanza della sinistra riformista e con questa dovremo fare i conti in un panorama politico ben diverso dall'epoca del renzismo rampante.

Aginform
18 marzo 2017


Un'appropriazione indebita
La storia dell'OPR è un'altra

Un gruppo che si rappresenta come 'comunisti in rete' sta proponendo una ricostruzione falsa della storia dell'Organizzazione Proletaria Romana. L'OPR infatti ha avuto caratteristiche assai diverse da come vengono rappresentate dagli autori di un libro propagandistico [qui la cronaca della presentazione] che sembra avere più che altro lo scopo di accreditare gli autori e il loro gruppo come ispiratori di un'esperienza originale, una 'anomalia' nel panorama degli anni '70. Quel che segue valga dunque come smentita e diffida (politica) contro chi sta tentando questa operazione. Ciò, sia ben chiaro, senza alcuna intenzione di aprire una querelle infinita, del tipo di quelle 'antirevisioniste' di maoista o bordighista memoria. Lasciamo volentieri i passatempi di questo tipo ai gruppettari di ieri e di oggi. Noi vogliamo semplicemente salvare la nostra storia di compagni e comunisti, tenendola fuori da quel terreno melmoso, fatto di imbroglio politico e opportunismo, a cui l'OPR è stata sempre estranea.

Intanto una puntualizzazione 'storica'. La storia dell'OPR finisce nel 1991, al termine di una discussione che ne sancisce anche formalmente la dissoluzione. La discussione riguardava lo scontro tra i fautori di una sorta di nuova 'via parlamentare al socialismo' e chi, come noi, riteneva che il rapporto con le istituzioni dovesse essere unicamente di rappresentanza delle istanze centrali di cui l'OPR era portatrice, l'organizzazione dei lavoratori e le lotte sul territorio a Roma.

Il gruppo dei comunisti in rete in quella occasione difese i 'parlamentaristi', le cui gesta successive sono note: dalla lotta per la casa all'assessorato alla casa con Rutelli, all'assessorato al bilancio della regione Lazio e poi alla carica di vice sindaco con Marino e indicato dalle cronache come cliente di Buzzi. Se però a suo tempo gli autori della 'storia anomala' hanno difeso personaggi che poi, raggiunto l'obiettivo, si sono liberati rapidamente del fardello del comunismo e della lotta di classe, ciò non è accaduto per caso, e la storia successiva dei comunisti in rete lo dimostra.

Ma il vero motivo per cui l'esperienza dell'OPR finisce nel 1991 ha radici oggettive, anche se coloro che si sono appropriati della carrozzeria pensavano ad altro e non avevano nessun interesse ad approfondire la questione. Gli anni '90 come tutti ben sanno sono segnati dalla crisi del movimento comunista e dal crollo dell'URSS e delle democrazie popolari. "Che cosa c'entra questo con la fine dell'OPR?" Questo andavano dicendo i futuri comunisti in rete, che così impedivano una discussione seria sugli avvenimenti e sulle conclusioni da trarne. E qui entriamo nel merito di una delle vere 'anomalie' di questa organizzazione che pur agendo su un terreno di massa, manteneva una sua caratteristica comunista e di disciplina interna, contro la logica dei 'diversamenti comunisti' che imperversava nel 'movimento'. Certamente non eravamo noi a poter rivendicare la rappresentanza dei comunisti italiani. Per questo abbiamo aspettato inutilmente, prima e dopo la fine del PCI, che i comunisti si riorganizzassero sul terreno di classe e internazionalista per poter dare il nostro contributo. Come risposta abbiamo avuto Bertinotti e Cossutta e la partecipazione ad un governo che bombardava la Jugoslavia. Questo ci ha convinti che ormai il combinato disposto tra il crollo dell'URSS e le caratteristiche di quella che veniva definita 'rifondazione' comunista precludeva una effettiva riorganizzazione dei comunisti, almeno a breve, e che la trincea non poteva essere mantenuta in quelle condizioni (rimandiamo a questo proposito a quanto scrivemmo nel '94 - ["Alcuni interrogativi per una discussione sull'89" - qui]). Su questo a quanto pare non ci eravamo sbagliati.

Certo, i comunisti non erano spariti in Italia, ma le aggregazioni possibili, come i fatti dimostrano, potevano essere solo residuali. Quindi, come poteva un'organizzazione con la pretesa di contribuire a svolgere una funzione strategica (perchè tale è il compito dei comunisti) avere un futuro? Da qui nasceva la crisi dell'OPR. Ma questo poteva interessare chi, non avendo uno straccio di ipotesi, pensava però all'eredità materiale che un lavoro di 15 anni aveva costruito? Certamente no e, date le circostanze, era meglio buttarsi sull'esistente per ricavarne qualche vantaggio. E così è stato e da lì comincia un'altra storia, che è appunto quella dei comunisti in rete.

Non entriamo nel merito di questa storia perchè non solo non ci appartiene, ma rientra in una pratica politica dalla quale ci siamo separati negli anni '70 per costruire, appunto, l'anomalia dell'OPR.

Un secondo aspetto di questa anomalia e che segna una discontinuità con l'esistente negli anni '70, caratterizzato dal binomio di anarcosindacalismo e progettualità rivoluzionaria basata su analisi fasulle, è stata la scelta delle rappresentanze sindacali di base, cioè l'intuizione che, se dal punto di vista politico la crisi del movimento comunista ci portava indietro di decenni, la deriva del PCI e del sindacato ad esso collegato faceva riemergere una ripresa dell'autonomia di classe nel tessuto produttivo e del lavoro dipendente. Su questa ipotesi, collegata a quella politica dell'OPR e che ci distingueva dall'autonomia operaia con la A maiuscola e dallo storico opportunismo della cosiddetta sinistra sindacale, abbiamo ottenuto una verifica positiva, ma la 'svolta' che ha portato a sostituire l'OPR con i comunisti in rete ha condizionato e distorto anche questo progetto. E non poteva essere altrimenti, dal momento che c'è una sostanziale differenza tra il sindacalismo di base che si rapporta ai gradi di sviluppo dell'autonomia di classe (come unica base dell'organizzazione dei comunisti) e l'ipotesi di un sindacatino autonomo esterno ai confederali. Visto che quel meccanismo funzionava lo si è poi anche riprodotto, dando però visibilità a una varietà di sigle che ricordano più i gruppi sessantottini che l'emergere di uno sviluppo unitario di classe nel paese.

Ma l'analisi del sindacalismo di base oggi richiede un discorso a parte. A noi interessa invece evidenziare che gli eredi immeritati delle RDB hanno cominciato a favorire, coi loro comportamenti, il frazionamento del sindacalismo di base per parrocchie, violando lo statuto originario e i contenuti del progetto di legge sulle modalità della rappresentanza che il senatore Nino Pasti aveva presentato, su nostra sollecitazione, al Senato nel 1983. Fino al punto che per sopravvivere si è arrivati anche a firmare contratti nel Pubblico Impiego senza una vera rappresentanza nelle categorie e infine, alla firma del famigerato accordo del gennaio 2014 tra confederali e confindustria sulla rappresentanza. Così si dava un colpo mortale all'autonomia di classe che era la base delle teorizzazioni dell'OPR e delle RDB.

Era inevitabile così che infine i comunisti in rete, senza una analisi corretta dei processi in corso in questi anni per definirne caratteristiche e potenzialità, sarebbero confluiti in quel brodo di cultura che è il 'movimento', cercando di aggregare tutto e il contrario di tutto nel vano inseguimento non solo di un'egemonia politica (con inconfessate velleità elettoralistiche) fatta di chiacchiere e di rituali post-sessantotteschi, ma anche del tentativo di trovare quella forza che sul terreno di classe stentava ad affermarsi e che è stata sostituita dallo sventolio di bandiere.

Come abbiamo detto all'inizio, l'OPR era nata proprio fuori e contro questo brodo di cultura fatto di anarcosindacalismo e di neocomunismo autocertificato e assolutamente eclettico, spesso confinante con l'anticomunismo. Oggi l'OPR, che è sempre stata su posizioni legate alla storia del movimento comunista, si ritroverebbe anche coinvolta dai comunisti in rete in alleanze strette con il gotha trotskista italiano, come è avvenuto con l'operazione fallita di Ross@.

Vogliamo ricordare, a questo proposito, che l'OPR ha anche pubblicato la rivista Lotta per la Pace e il Socialismo, nettamente schierata con il movimento comunista internazionale che ha sempre considerato il trotskismo una cosa estranea alle proprie basi storiche e teoriche. Quindi non solo si è scelto il brodo di cultura movimentista, ma addirittura si è passati dall'ortodossia all'eresia, che è la logica dei trasformisti.

P.S. Queste precisazioni, come si è detto, non sono l'apertura di un dibattito. Abbiamo anche evitato il gossip e di far nomi e non ci siamo lasciati trascinare dalla voglia di qualificazioni pesanti dei comportamenti. Quanto detto vale solo come precisazione, onde evitare che certi produttori di carta straccia si facciano scudo con l'OPR.


Aginform
19 febbraio 2017



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