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AGINFORM

Foglio di Corrispondenza comunista


Contributi
di analisi
e dibattito

Le catene di "ancoraggio" agli USA

Manlio Dinucci, 25 aprile 2017, [qui]

No alle bombe nucleari in Italia

Mozione presentata dai consiglieri regionali M5S delle marche, 21 aprile 2017, [qui]

Gabriele Del Grande: santo subito?

Vincenzo Brandi, 21 aprile 2017, [qui], vedi anche "Dalla Libia alla Siria, la strana storia di un giornalista free-lance finanziato da un miliardario" [qui]

Escalation nucleare nella penisola italiana: testata la bomba B61-12

Manlio Dinucci, 18 aprile 2017, [qui]

Dall'Italia l'attacco USA alla Siria

Manlio Dinucci, 11 aprile 2017, [qui]

Da Camp Darby armi USA per la guerra in Siria e Yemen

Manlio Dinucci, 14 aprile 2017, [qui]

Guardare la Corea sbagliata?

Pier Luigi Fagan, 15 aprile 2017, [qui]

Le colpe dei giornalisti nella guerra mondiale prossima ventura

Roberto Quaglia, 16 aprile 2017, [qui]

C'è l'Armageddon all'orizzonte?

Paul Craig Roberts, 15 aprile 2017, [qui]

Perchè una guerra nel Pacifico

Alberto Micalizzi, 14 aprile 2017, [qui]

L'AFP intervista Assad

13 aprile 2017, in francese [qui]; prima traduzione italiana [qui]

Una analisi a più livelli dell'attacco statunitense con missili da crociera alla Siria, e delle sue conseguenze

The Saker, 11 aprile 2017, [qui]

Afghanistan: una pace russa per una guerra americana

Christopher Black, 10 aprile 2017, [qui]

La Siria non si inginocchierà

Partito Comunista Siriano, 9 aprile 2017, [qui]

La fiction del G7 a Lucca

Manlio Dinucci, 4 aprile 2017, [qui]



Attacco americano in Siria su richiesta di Al-qaeda

Moon of Alabama, 7 aprile 2017, [qui]

Missili Usa sulla Siria: tante domande, tanti dubbi, una certezza. Al-Baghdadi e l'Arabia ringraziano

Marco Bottarelli, 7 aprile 2017, [qui]

"Ora dobbiamo esercitare i nostri diritti costituzionali e pretendere che l'Italia esca dalla NATO"

Comitato NO guerra NO NATO, 7 aprile 2017, [qui]

L'azzardo di Trump. Gli USA attaccano la Siria. L'ISIS esulta

Giampiero Venturi, 7 aprile 2017, [qui]

La propaganda anti siriana rialza la testa

Stefano Orsi, 4 aprile 2017, [qui]

Idlib, le domande da porsi prima che sia troppo tardi

Piccole note, 4 aprile 2017, [qui] e [qui]

Prima che inizi un'aggressione alla Siria, qualche dubbio sull'attacco di Idlib

AMN, Almasdar News, 4 aprile 2017, [qui]

La presenza USA in Corea porta all'instabilità

Ulson Gunnar, 25 marzo 2017, [qui]

Manifestazioni coperte dai media e altre non coperte

Maurizio Blondet, 28 marzo 2017, [qui]

Navalny, democratico made in USA

Manlio Dinucci, 28 marzo 2017, [qui]

Comincia la Rivoluzione Colorata di Russia. Quale colore?

Giulietto Chiesa, 27 marzo 2017, [qui];

Quando Obama arrestava manifestanti

Roberto Vivaldelli, 27 marzo 2017, [qui]

Due anni di guerra USA-saudita in Yemen

La grande manifestazione di Sanaa da un servizio di RT 26 marzo 2017, [qui video in inglese]

Non si può far finta che Israele non pratichi l'apartheid

Lawrence Davidson, 24 marzo 2017, [qui]

24 Marzo 1999 - Marzo 2017 : NOI NON DIMENTICHIAMO

Enrico Vigna- Forum Belgrado Italia, 24 marzo 2017, [qui file pdf]

Deir ez Zor, Siria. Un nome che dovrebbe far vergognare tutto l'Occidente

Enrico Vigna, 14 marzo 2017, [qui file pdf]

Non ci resta che la Rosneft: come il governo Gentiloni sta affondando nel pantano libico

Federico Dezzani, 21 marzo 2017, [qui]

Merkel, Trump e i trattati che cambiano

Giuseppe Masala, 18 marzo 2017, [qui]

Si vendono persino la Cassa

Marco Bersani, 18 marzo 2017, [qui]; vedi anche Giulietto Chiesa [qui]

Israele avverte che attaccherà la difesa aerea siriana nonostante la presenza russa

18 marzo 2017, [qui]; fonte originaria Jerusalem Post [qui]

Gli Stati Uniti minacciano un attacco militare nella penisola coreana

Wevergton Britro Lima, 18 marzo 2017, [qui]

"Concentare tutte le forze contro il nemico principale"

Domenico Losurdo, 8 marzo 2017, [qui] e [qui]

Siria e Donbass: lo stato dell'arte

Paolo Selmi, 6 marzo 2017, [qui]

Oltre La La Land

Piero Pagliani, 25 febbraio 2017, [qui]

Le colombe armate dell'Europa

Manlio Dinucci, 22 febbraio 2017, [qui]

Putin non scherza più. Persa la speranza in Trump

Maurizio Blondet, 21 febbraio 2017, [qui]

DDL Gambaro: arriva la Censura Online

Marco Bordoni, 16 febbraio 2017, [qui]

I Neoconservatori e lo "Stato Profondo" hanno castrato la presidenza Trump, è finita gente!

The Saker, 14 febbraio 2017, [qui], vedi anche lo stesso autore [qui] e da un'angolazione diversa "Il sipario strappato", Pierluigi Fagan [qui]

Media briefing di Eduard Basurin

Saker Italia, 5 febbraio 2017, [qui]

Face Off

Alessandra Daniele, 5 febbraio 2017, [qui]

La NATO è obsoleta?

Rete Civica Livornese contro la Nuova Normalità della Guerra, Registrazione audio, 3 febbraio 2017, [qui]

Putin parla della ripresa del conflitto in Ucraina

Video 5 febbraio 2017, [qui]

Kiev prepara uno scenario croato per il Donbass

Eadaily, 1 febbraio 2017, [qui]

L'Euro è in coma, ma i partiti litigano per le poltrone

Un'Europa diversa, 2 febbraio 2017, [qui]

La situazione in Novorussia

Jurij Podoljaka, South Front, 1 febbraio 2017, [qui], fonte originale [qui]

Le operazioni di elisbarco siriane a Dayr al-Zur

Valentin Vasilescu, 29 gennaio 2017, [qui], fonte originale [qui]

L'ordine esecutivo liquido del presidente liquido

Piotr, 1 febbraio 2017, [qui]

Il cielo sopra Berlino (si annuvola)

Pierluigi Fagan, 31 gennaio 2017, [qui]

! America anno zero: la presidenza modernariato

Segnaliamo per la sua particolare rilevanza questo saggio di 39 pagine reso disponibile in rete [qui]
Piotr, gennaio 2017,
[scarica il file pdf]

L'indignazione per Trump fa emergere tutta l'ipocrisia dei "liberal"

Moon of Alabama, 30 gennaio 2017, [qui], originale inglese [qui]

La giornata della Memoria e l'Ucraina

Piccole Note, 27 gennaio, [qui]

Siria: i "ribelli" che si combattono fra loro e le perdite turche aiutano il governo e i suoi alleati

Moon of Alabama, 24 gennaio 2017, [qui]

Il leader comunista russo commenta il discorso di Trump

21 gennaio 2017, [qui]

La falsa accusa di Trump ad Obama

Manlio Dinucci, 24 gennaio 2017, [qui]

Non è stata la Cina a rubarvi il lavoro

Jack Ma, Alibaba, 22 gennaio 2017, [qui]

A Davos va in onda la guerra civile ideologica europea

Ambrose Evans-Pritchard, 19 gennaio 2017, [qui]

Il Trump che sarà

Manlio Di Stefano, M5S, 20 gennaio 2017, [qui]

La globalizzazione complessa

Pierluigi Fagan, 20 gennaio 2017, [qui]

Xi Jinping e la "globalizzazione"

Diego Angelo Bertozzi, 18 gennaio 2017, [qui]

Situazione operativa sui fronti siriani al 18-1-2017: la battaglia di Deir Ezzour

Stefano Orsi, [qui]

Smantellare l'Ue potrebbe essere una via di salvezza per l'Europa

Vaclav Klaus, ex presidente ceco, 13 gennaio 2017, [qui]

Donald Trump e il protezionismo

Jacques Sapir, 10 gennaio 2017, [qui]

Il futuro della Siria passa per Astana

Piccole Note, 17 gennaio 2017, [qui]

Gli Stati Profondi che vogliono inghiottire Trump

Giulietto Chiesa, 14 gennaio 2017, [qui]

La strategia della tensione della NATO mette a rischio l'Europa

Manlio Di Stefano, 12 gennaio 2017, [qui]

Buoni propositi per l'anno che viene

Mimmo Porcaro, 30 dicembre 2016, [qui]

Le bufale del mainstream che hanno prodotto milioni di morti

Blog 5 Stelle, 7 gennaio 2017, [qui]

Il Collasso della Sanità Pubblica in Grecia: "Stanno morendo pazienti che potrebbero sopravvivere"

Helena Smith, 1 gennaio 2017, [qui]

Le 10 vittorie del presidente Maduro nel 2016

Ignacio Ramonet, 2 gennnaio 2017, [qui]

L'eredità del democratico Barack Obama

Manlio Dinucci, 3 gennaio 2017, [qui]

Istanbul: non è come al Bataclan

Piccole Note, 2 gennaio 2017, [qui]

Crociata Anti Bufala: Situazione tragica ma non seria

Marco Bordoni, 3 gennaio 2017, [qui]

Il disastro dell'aereo militare russo Tu-154: alcune brevi considerazioni iniziali

The Saker, 25 dicembre 2016, [qui]

La liberazione di Aleppo

Dal blog delle stelle Manlio di Stefano, 22 dicembre 2016, [qui]

! L'ambasciatore siriano all'ONU fa i nomi degli agenti stranieri intrappolati ad Aleppo

Video sottotitolato in italiano The Saker, 20 dicembre 2016, [qui]

Oltre la Raggi. Il M5S lanci gli stati generali dell'economia

Simone Santini, 18 dicembre 2016, [qui]

I 14 segnali sull'esistenza di un complotto per per usare la Russia come pretesto per derubare Trump della presidenza il 19 dicembre o il 6 gennaio

Michael Snyder, 12 dicembre 2016, [qui]

La liberazione di Aleppo

Piccole note, 16 dicembre 2016, [qui]

ALEPPO. Lettera aperta a Corrado Formigli (Piazza pulita)

Marinella Correggia, 16 dicembre 2016, [qui]. Leggi anche le lettere di Stefania Russo [qui] e Vincenzo Brandi [qui]

Orgia di sdegno a comando
su Aleppo

La guerra di Aleppo non è solo come ve la raccontano Fulvio Scaglione, 15 dicembre 2016, [qui]
"Ultimi messaggi da Aleppo" [video - inglese] Anissa Naouai, In the Now, 16 dicembre 2016, [qui]
Tutti impegnati a falsificare Aleppo Giulietto Chiesa, Pandora TV, 16 dicembre 2016, [qui]
Le tre grandi bugie su Aleppo Gian Micalessin, 15 dicembre 2016, [qui]
Dietro alle bugie su Aleppo, servizio di Asia News - lettera di Nabil Antaki Ora pro Siria, 14 dicembre 2016, [qui]

Dove va l'America di Trump?

Pierluigi Fagan, 13 dicembre 2016, [qui]

CIA, Russia, Trump

Pierluigi Fagan, 11 dicembre 2016, [qui]

Media briefing sull'evacuazione dei civili da Aleppo

Video, 10 dicembre 2016, [qui]

I perché del no
(in dissenso da Illy)

Alberto Bagnai, 10 dicembre 2016, [qui]

La sconfitta dei sauditi

Piccole Note, 9 dicembre 2016, [qui]

De Magistris e l'"Assedio di Aleppo"

Francesco Santoianni, 10 dicembre 2016, [qui]

Il NO ai media

Alberto Bagnai, 5 dicembre 2016, [qui]

La guerra dell'Occidente alla 'verità'

Paul Craig Roberts, 6 dicembre 2016, [qui]

! E' ORMAI IMMINENTE LA LIBERAZIONE DI ALEPPO

Situazione operativa sui fronti siriani dal 24 al 27 novembre Stefano Orsi, 27 novembre 2016, [qui]

La morte di Fidel e il punto di svolta della crisi: una coincidenza non casuale

Piotr, 28 novembre 2016, [qui]

L'Europa che paragona la Russia all'Isis

Blog 5 Stelle, 23 novembre 2016, [qui]

L'occidente si è trumpato il cervello

Roberto Quaglia, 20 novembre 2016, [qui]

MOLDAVIA: alle elezioni presidenziali il popolo moldavo cambia rotta e cerca un'alternativa, rivolgendosi verso la Russia. Una svolta geopolitica.

Dossier Enrico Vigna, 14 novembre 2016, [scarica pdf]

La vittoria di Donald Trump. Tra rottura e ripetizione della Storia

Piotr, 10 novembre 2016, [qui]

[continua]    


Alitalia: una grande prova di dignità dei lavoratori

Anche se con decenni di ritardo, la lotta dei dipendenti di Alitalia si è sottratta al sordido gioco che governi, manager corrotti e sindacati confederali hanno condotto attorno alla compagnia di bandiera italiana. Con un no secco, la stragrande maggioranza dei dipendenti ha risposto al quesito referendario sull'accordo confezionato da CGIL, CISL, UIL e UGL che prevedeva altri mille licenziamenti, una sostanziale riduzione degli stipendi e un aumento dei carichi di lavoro.

Negli anni precedenti, con accordi capestro e con il consenso anche di un certo 'sindacalismo di base' erano già stati licenziati migliaia di lavoratori e introdotto un precariato diffuso per 'salvare' patriotticamente la compagnia di bandiera, anche se queste operazioni facevano in realtà da copertura a strategie di gruppi di potere internazionali e ad ambizioni manageriali lautamente retribuite di una classe imprenditoriale a cui si dovrebbe presentare il conto anche sul piano giudiziario.

Il gioco si stava ripetendo ancora una volta: un accordo al ribasso per i lavoratori e le lavoratrici, per avere poi mano libera per ulteriori manovre speculative. Stavolta però l'operazione non è riuscita. A mandare in fumo progetti e appetiti sono stati proprio coloro a cui confederali, mass media e ministri hanno rivolto il loro ricatto perchè votassero sì. Una grande scelta di dignità che è stata fatta nonostante i rischi che presentava.

A questo si attaccano ora il governo e gli altri attori della partita paventando esiti catastrofici che andrebbero gestiti da un commissario straordinario.

Purtroppo la situazione dell'Alitalia è stata compromessa dagli esiti delle precedenti crisi, quando il movimento è stato indebolito dalle soluzioni di 'salvataggio' all'insegna del meno peggio, un meno peggio che è costato diecimila esuberi, assunzioni precarie e licenziamento delle avanguardie di lotta.

Ora però c'è stata la svolta e, come abbiamo detto nel corso della trattativa, tutto si sposta sullo scontro politico perchè l'interlocurore aziendale, con la mossa del commissario straordinario, si deresponsabilizza e il governo dice no a ogni forma di nazionalizzazione. Su questo il governo si è già attrezzato, scatenando una campagna del tipo di quella dei 'fannulloni' del pubblico impiego per spiegare agli italiani che per risanare l'azienda sono stati sperperati alcuni miliardi di euro.

Ma chi li ha sperperati e perchè? Da qui deve partire la risposta dei dipendenti Alitalia, non solo per far pagare chi deve pagare, ma per non accettare di farsi scaricare addosso le conseguenze del modus operandi degli speculatori di stato.

La vertenza assume quindi necessariamente, per avere forza, il carattere di scontro politico aperto e insieme riveste anche un significato più generale rispetto al modo in cui si è risposto finora a governo e padronato che sono riusciti ad imporre le loro soluzioni.

La partita è indubbiamente dura e per giocarla i dipendenti Alitalia hanno bisogno non di sbandieratori di sigle, ma di compattezza, di determinazione nella lotta e di una solidarietà profonda nel paese.

E' un'occasione per provare a vincere.

Aginform
26 aprile 2017

FINO A QUANDO ?

Questa è la domanda che ci siamo posti finora e ci riponiamo ancora dopo i bombardamenti di Trump sulla Siria. Una domanda che cerca di razionalizzare tempi e forme di una risposta a ciò che sta succedendo, di rendere politica un'angoscia che in molti viviamo da decenni, peraltro caratterizzati da una scarsa sensibilità contro le guerre infinite dell'occidente imperialista.

Certo non sono mancate in questi anni isolate e lodevoli iniziative di denuncia delle responsabilità americane ed europee nelle varie guerre di aggressione, ma gli effetti autistici che esse hanno dovuto registrare impongono una riflessione.

Il primo dato da analizzare riguarda il comportamento della sinistra, quella che negli anni migliori aveva svolto un ruolo importante nella mobilitazione. Che fine ha fatto questa sinistra?

Certamente una parte di essa ha seguito la deriva che l'ha portata al renzismo, ma la parte migliore pur non avendo seguito il pifferaio di Rignano sull'Arno si è lasciata invischiare in quel pensiero debole che è incapace di un'analisi corretta delle cause scatenanti delle guerre. Questa sinistra si è rivelata incapace di leggere negli avvenimenti il ruolo dell'apparato imperialista che organizza le condizioni per rendere possibili le guerre 'umanitarie' e le operazioni militari nascoste e palesi che le preparano. Non è un caso che la vicenda dell'11 settembre, quella 'strage di stato' che ha fatto più di duemila vittime, è passata, pur nella sua enormità, come una cosa scontata. La quasi totalità di coloro che dichiarano di essere contro le guerre ha accettato passivamente la tesi americana del complotto islamista. Eppure i comitati americani che hanno fatto controinformazione sugli attentati alle torri gemelle ci avevano messo in guardia con dovizia di argomenti sulla natura dell'operazione.

Che americani, sauditi e turchi siano stati gli animatori della guerra dell'ISIS è cosa risaputa e anche variamente documentata e commentata. Tutto ciò non ha scosso però le coscienze 'democratiche' della sinistra. Nella testa di troppi Saddam, Gheddafi, Assad (e prima di loro Milosevic) sono rimasti le anime nere che provocano le crisi vessando i loro popoli. Questa tesi purtroppo ha paralizzato e ancora paralizza tanta gente che dovrebbe essere in piazza a manifestare contro le guerre scatenate dall'imperialismo. Rendiamocene conto. Le operazioni sofisticate che passano attraverso le rivoluzioni colorate e travestono le guerre in 'difesa umanitaria' delle popolazioni non siamo riusciti a bloccarle. In questo sta la nostra sconfitta.

E allora? Allora ci sono due cose da fare. Una è dire a tutti coloro che in questi anni si sono impegnati a denunciare l'imperialismo che la Bohème è finita davvero. Non si può vivere di lotte virtuali, bisogna organizzare una strategia contro la guerra, una vera militanza antimperialista.

La seconda cosa da fare è rompere l'autismo e parlare davvero alla gente. Dire che stiamo andando incontro a guerre disastrose che ci coinvolgeranno tutti, come hanno coinvolto già milioni di persone e che l'odierna immigrazione prefigura il nostro futuro. Oggi forse, anzi è certo, non possiamo andare molto avanti nella direzione voluta, ma dobbiamo essere veramente consapevoli che di fronte abbiamo una prospettiva concreta di guerra e a questo ci dobbiamo preparare non con qualche corteo autistico, ma con gli strumenti politici adeguati.


Aginform
10 aprile 2017

Perchè l'Unione Europea rimane in piedi

Nel valutare gli obiettivi dei 27 governi riunitisi a Roma per il 60° dell'UE dobbiamo prescindere, ovviamente, dalla retorica delle celebrazioni, che peraltro sembravano piuttosto un funerale, e capire gli obiettivi che i protagonisti dell'evento si sono proposti.

E' il caso di farsi questa domanda perchè a Roma è mancato, aldilà delle parole, un disegno strategico di rilancio che fosse in grado di giustificare il mantenimento di un'Unione Europea che fa acqua da tutte le parti con l'uscita della GB, con la crescita di forze politiche che minacciano la leadership degli europeisti, con un discredito di massa tra le popolazioni e soprattutto con un'America molto poco solidale. Eppure il gruppo europeista, anche se malconcio, per ora ha raccolto la sfida e per due motivi, uno tutto europeo e un altro legato alla strategia internazionale dei globalisti di cui Obama si è fatto portatore e che cerca di risalire la china dopo la vittoria di Trump.

La questione del futuro dell'Europa rimane al centro della situazione ma per decidere in che direzione andare bisogna sciogliere molti nodi ed è per questo che a Roma non si è potuto nè voluto andare oltre le parole di circostanza. Per questo si sta anche prendendo tempo per verificare se ci sono le forze e la compattezza per rilanciare un'Europa che deve decidere se, dopo la Brexit, può diventare una potenza continentale che esordisca in questa nuova veste, molto svincolata dalla tutela americana, antagonista alla Russia, che viene percepita come nemico, senza la GB come spina nel fianco, e con un impegno militare a vasto raggio seppure subalterno.

Questa Europa che si vuole rafforzare come polo imperialista non sarà la nuova culla della libertà e dei diritti sociali, ma tutt'altro. E vediamo perchè.

Sul terreno economico, con l'acutizzarsi dello scontro tra le grandi aree, il capitalismo europeo dovrà accelerare i suoi progetti di tenuta e rilancio riversandone sul piano sociale tutte le conseguenze, anche se la nuova Europa continentale per attutire l'urto delle sue scelte cercherà di darsi una 'sensibilità sociale'. Essa deve poi anche tutelarsi nei confronti della Russia perchè in una fase di crisi con gli USA l'allentarsi delle tutele americane può scatenare movimenti centrifughi che rovescerebbero i rapporti di forza nel continente. Una Russia troppo forte e attrattiva diventa quindi un nemico con cui non ci si può permettere di allentare la tensione. Infine, lo scacchiere mediorientale non offre a questa Europa la speranza di inserirsi in un gioco dominato da altri. Bisognerà perciò insistere, con le guerre, per conquistarsi un posto al sole. Più difficile diventa, in questo contesto, la possibilità che un recupero di Obama riesca, almeno a breve, a modificare la situazione, anche se la campagna anti Trump sta assumendo toni isterici.

Per opporci alla nuova fase dell'imperialismo continentale bisognerà perciò affrontare uno scontro molto duro, sia con le lotte sociali che con un serio movimento anti UE che abbia connotati antimperialisti. Ci sono però precise ragioni sociali e di indirizzo culturale che impediscono in tempi brevi una svolta che rimuova una manifesta condizione di inadeguatezza. Con questo dobbiamo fare innanzitutto i conti se non vogliamo che altre svolte, ancora più drammatiche, prendano il sopravvento.

Aginform
30 marzo 2017

Il ritorno del riformismo di sinistra

Matteo Renzi pensava di aver sradicato la cultura storica della sinistra riformista di derivazione PCI, ma quello che sta succedendo dopo il referendum del 4 dicembre dimostra non solo che l'obiettivo non è stato raggiunto, ma che la violenza con cui l'operazione è stata condotta ha sviluppato degli anticorpi i cui effetti non sono misurabili a breve. Difatti lo scontro che si è delineato dentro il PD, e con cerchi concentrici attorno, ha fatto emergere che la questione non ha carattere personale; ovvero questioni di ruoli esistono, ma non è questo il dato essenziale. Se qualcuno ha riparlato di bandiera rossa su cui non bisogna sputare, vuol dire che il richiamo degli scissionisti si è fatto portatore di una tradizione riformista che il renzismo tendeva ad annullare completamente, dimenticando che il PD è il punto di arrivo della tradizione riformista del PCI senza la quale l'operazione non poteva avere radici.

Nella sua estrema incultura e incapacità di comprensione della realtà, Matteo Renzi non ha valutato che la questione del referendum sulla riforma della Costituzione metteva in moto una storia che parte dall'antifascismo e dalla Resistenza ed è qualcosa di ben diverso dalle manipolazioni del giocatore d'azzardo di Rignano sull'Arno. Non è un caso che l'ANPI sia stata uno dei soggetti che ha condotto la battaglia del 4 dicembre.

Certamente i numeri danno l'impressione che il renzismo sia ancora dominante e che, a vedere lo spettacolo della kermesse del Lingotto, Bersani e soci siano solo dei residuati. Francamente l'idea che si poteva avere era anche quella, ma poi, quando la parola scissione è stata pronunciata, la macchina del recupero storico si è messa in moto. E ora?

Certamente non ci troviamo di fronte alla rifondazione di un nuovo PCI. Tutt'altro. Si tratta invece di una ricomposizione di un'area riformista di sinistra che ha la duplice funzione di far riemergere nel corpo della società italiana una tradizione che, come direbbe Palmiro Togliatti, viene da lontano e di proiettarla nei futuri equilibri parlamentari e istituzionali. Con quali effetti?

Intanto bisogna dire che la partita tra il PDR (partito di Renzi) e DEP (democratici e progressisti) è ancora tutta aperta, nel senso che dipenderà dalla capacità di Renzi di accreditare l'idea che oggi il PDR sia ancora il PD e starà al DEP dimostrare che il riformismo di sinistra ha qualche idea seria per avere una funzione.

Quello che oggi si può dire è solo che da una parte l'offensiva renziana si è infranta contro un muro di difficoltà, di cui l'annullamento dei referendum CGIL è ulteriore dimostrazione, e dall'altra che non si parla più solo di liberismo virtuoso per risolvere la crisi, ma esiste anche una grossa questione sociale. Può anche darsi che qualche riformista più attento avanzi proposte meno devastanti di quelle del governo Renzi, ma nessuno di noi può farsi illusioni sulle coordinate della nuova sinistra riformatrice. Rimangono sicuramente nella nuova strategia i temi del consolidamento e del rilancio UE, di una politica volta ad accelerare i processi economici di rafforzamento del capitalismo europeo a guida tedesca e di riorganizzazione militare dell'Europa dopo il 'tradimento' di Trump. Questa è la sostanza della sinistra riformista e con questa dovremo fare i conti in un panorama politico ben diverso dall'epoca del renzismo rampante.

Aginform
18 marzo 2017


Un'appropriazione indebita
La storia dell'OPR è un'altra

Un gruppo che si rappresenta come 'comunisti in rete' sta proponendo una ricostruzione falsa della storia dell'Organizzazione Proletaria Romana. L'OPR infatti ha avuto caratteristiche assai diverse da come vengono rappresentate dagli autori di un libro propagandistico [qui la cronaca della presentazione] che sembra avere più che altro lo scopo di accreditare gli autori e il loro gruppo come ispiratori di un'esperienza originale, una 'anomalia' nel panorama degli anni '70. Quel che segue valga dunque come smentita e diffida (politica) contro chi sta tentando questa operazione. Ciò, sia ben chiaro, senza alcuna intenzione di aprire una querelle infinita, del tipo di quelle 'antirevisioniste' di maoista o bordighista memoria. Lasciamo volentieri i passatempi di questo tipo ai gruppettari di ieri e di oggi. Noi vogliamo semplicemente salvare la nostra storia di compagni e comunisti, tenendola fuori da quel terreno melmoso, fatto di imbroglio politico e opportunismo, a cui l'OPR è stata sempre estranea.

Intanto una puntualizzazione 'storica'. La storia dell'OPR finisce nel 1991, al termine di una discussione che ne sancisce anche formalmente la dissoluzione. La discussione riguardava lo scontro tra i fautori di una sorta di nuova 'via parlamentare al socialismo' e chi, come noi, riteneva che il rapporto con le istituzioni dovesse essere unicamente di rappresentanza delle istanze centrali di cui l'OPR era portatrice, l'organizzazione dei lavoratori e le lotte sul territorio a Roma.

Il gruppo dei comunisti in rete in quella occasione difese i 'parlamentaristi', le cui gesta successive sono note: dalla lotta per la casa all'assessorato alla casa con Rutelli, all'assessorato al bilancio della regione Lazio e poi alla carica di vice sindaco con Marino e indicato dalle cronache come cliente di Buzzi. Se però a suo tempo gli autori della 'storia anomala' hanno difeso personaggi che poi, raggiunto l'obiettivo, si sono liberati rapidamente del fardello del comunismo e della lotta di classe, ciò non è accaduto per caso, e la storia successiva dei comunisti in rete lo dimostra.

Ma il vero motivo per cui l'esperienza dell'OPR finisce nel 1991 ha radici oggettive, anche se coloro che si sono appropriati della carrozzeria pensavano ad altro e non avevano nessun interesse ad approfondire la questione. Gli anni '90 come tutti ben sanno sono segnati dalla crisi del movimento comunista e dal crollo dell'URSS e delle democrazie popolari. "Che cosa c'entra questo con la fine dell'OPR?" Questo andavano dicendo i futuri comunisti in rete, che così impedivano una discussione seria sugli avvenimenti e sulle conclusioni da trarne. E qui entriamo nel merito di una delle vere 'anomalie' di questa organizzazione che pur agendo su un terreno di massa, manteneva una sua caratteristica comunista e di disciplina interna, contro la logica dei 'diversamenti comunisti' che imperversava nel 'movimento'. Certamente non eravamo noi a poter rivendicare la rappresentanza dei comunisti italiani. Per questo abbiamo aspettato inutilmente, prima e dopo la fine del PCI, che i comunisti si riorganizzassero sul terreno di classe e internazionalista per poter dare il nostro contributo. Come risposta abbiamo avuto Bertinotti e Cossutta e la partecipazione ad un governo che bombardava la Jugoslavia. Questo ci ha convinti che ormai il combinato disposto tra il crollo dell'URSS e le caratteristiche di quella che veniva definita 'rifondazione' comunista precludeva una effettiva riorganizzazione dei comunisti, almeno a breve, e che la trincea non poteva essere mantenuta in quelle condizioni (rimandiamo a questo proposito a quanto scrivemmo nel '94 - ["Alcuni interrogativi per una discussione sull'89" - qui]). Su questo a quanto pare non ci eravamo sbagliati.

Certo, i comunisti non erano spariti in Italia, ma le aggregazioni possibili, come i fatti dimostrano, potevano essere solo residuali. Quindi, come poteva un'organizzazione con la pretesa di contribuire a svolgere una funzione strategica (perchè tale è il compito dei comunisti) avere un futuro? Da qui nasceva la crisi dell'OPR. Ma questo poteva interessare chi, non avendo uno straccio di ipotesi, pensava però all'eredità materiale che un lavoro di 15 anni aveva costruito? Certamente no e, date le circostanze, era meglio buttarsi sull'esistente per ricavarne qualche vantaggio. E così è stato e da lì comincia un'altra storia, che è appunto quella dei comunisti in rete.

Non entriamo nel merito di questa storia perchè non solo non ci appartiene, ma rientra in una pratica politica dalla quale ci siamo separati negli anni '70 per costruire, appunto, l'anomalia dell'OPR.

Un secondo aspetto di questa anomalia e che segna una discontinuità con l'esistente negli anni '70, caratterizzato dal binomio di anarcosindacalismo e progettualità rivoluzionaria basata su analisi fasulle, è stata la scelta delle rappresentanze sindacali di base, cioè l'intuizione che, se dal punto di vista politico la crisi del movimento comunista ci portava indietro di decenni, la deriva del PCI e del sindacato ad esso collegato faceva riemergere una ripresa dell'autonomia di classe nel tessuto produttivo e del lavoro dipendente. Su questa ipotesi, collegata a quella politica dell'OPR e che ci distingueva dall'autonomia operaia con la A maiuscola e dallo storico opportunismo della cosiddetta sinistra sindacale, abbiamo ottenuto una verifica positiva, ma la 'svolta' che ha portato a sostituire l'OPR con i comunisti in rete ha condizionato e distorto anche questo progetto. E non poteva essere altrimenti, dal momento che c'è una sostanziale differenza tra il sindacalismo di base che si rapporta ai gradi di sviluppo dell'autonomia di classe (come unica base dell'organizzazione dei comunisti) e l'ipotesi di un sindacatino autonomo esterno ai confederali. Visto che quel meccanismo funzionava lo si è poi anche riprodotto, dando però visibilità a una varietà di sigle che ricordano più i gruppi sessantottini che l'emergere di uno sviluppo unitario di classe nel paese.

Ma l'analisi del sindacalismo di base oggi richiede un discorso a parte. A noi interessa invece evidenziare che gli eredi immeritati delle RDB hanno cominciato a favorire, coi loro comportamenti, il frazionamento del sindacalismo di base per parrocchie, violando lo statuto originario e i contenuti del progetto di legge sulle modalità della rappresentanza che il senatore Nino Pasti aveva presentato, su nostra sollecitazione, al Senato nel 1983. Fino al punto che per sopravvivere si è arrivati anche a firmare contratti nel Pubblico Impiego senza una vera rappresentanza nelle categorie e infine, alla firma del famigerato accordo del gennaio 2014 tra confederali e confindustria sulla rappresentanza. Così si dava un colpo mortale all'autonomia di classe che era la base delle teorizzazioni dell'OPR e delle RDB.

Era inevitabile così che infine i comunisti in rete, senza una analisi corretta dei processi in corso in questi anni per definirne caratteristiche e potenzialità, sarebbero confluiti in quel brodo di cultura che è il 'movimento', cercando di aggregare tutto e il contrario di tutto nel vano inseguimento non solo di un'egemonia politica (con inconfessate velleità elettoralistiche) fatta di chiacchiere e di rituali post-sessantotteschi, ma anche del tentativo di trovare quella forza che sul terreno di classe stentava ad affermarsi e che è stata sostituita dallo sventolio di bandiere.

Come abbiamo detto all'inizio, l'OPR era nata proprio fuori e contro questo brodo di cultura fatto di anarcosindacalismo e di neocomunismo autocertificato e assolutamente eclettico, spesso confinante con l'anticomunismo. Oggi l'OPR, che è sempre stata su posizioni legate alla storia del movimento comunista, si ritroverebbe anche coinvolta dai comunisti in rete in alleanze strette con il gotha trotskista italiano, come è avvenuto con l'operazione fallita di Ross@.

Vogliamo ricordare, a questo proposito, che l'OPR ha anche pubblicato la rivista Lotta per la Pace e il Socialismo, nettamente schierata con il movimento comunista internazionale che ha sempre considerato il trotskismo una cosa estranea alle proprie basi storiche e teoriche. Quindi non solo si è scelto il brodo di cultura movimentista, ma addirittura si è passati dall'ortodossia all'eresia, che è la logica dei trasformisti.

P.S. Queste precisazioni, come si è detto, non sono l'apertura di un dibattito. Abbiamo anche evitato il gossip e di far nomi e non ci siamo lasciati trascinare dalla voglia di qualificazioni pesanti dei comportamenti. Quanto detto vale solo come precisazione, onde evitare che certi produttori di carta straccia si facciano scudo con l'OPR.


Aginform
19 febbraio 2017

La bohème è finita

Oltre ad essere un popolo di poeti, navigatori e santi, siamo anche un popolo abituato ad aggiornare continuamente i discorsi politici in funzione degli eventi senza ricavarne indicazioni concrete sul che fare, fatta eccezione per le scadenze rituali a cui siamo ormai abituati.

E' maledettamenente necessario, invece, che si prenda rapidamente coscienza della situazione che abbiamo di fronte e di come misurarsi con essa. Già l'onda dei profughi dalle terre sconvolte dalle guerre provocate dall'iniziativa imperialista dell'occidente dava la misura del ciclone che si stava avvicinando, ma questo non è bastato perchè si determinasse in Italia una reazione alla guerra adeguata agli avvenimenti. Perchè?

Una risposta abbiamo cercato di darla da tempo usando la definizione di sinistra imperialista, che si barcamena tra buonismo umanitario e pacifismo inconcludente, che sfugge alle sue responsabilità e spesso si dimostra anche subalterna alle centrali di propaganda occidentali (come sulla questione curda). Ma questo non è che un aspetto della questione. L'aspetto più preoccupante è invece un altro. L'Europa sta per essere investita da un altro ciclone, ben più pericoloso del primo, costituito da un concorso di contraddizioni esplosive che riguardano la guerra in Ucraina, la riorganizzazione europea attorno ai poli imperialisti continentali - Inghilterra, Germania, Francia e l'Italia 'stracciona' - e l'accentuazione sempre più evidente del potere repressivo sulle popolazioni in ragione del crescere della crisi economica e dell'instabilità politica. La dimensione europea però è lungi dall'essere la sola su cui misurarsi. L'era Trump è densa di incognite e lo scontro in atto tra globalisti e fautori di America first non è un'alternativa tra guerra e pace, ma tra due modi diversi di esercitare il potere imperiale degli Stati Uniti.

A che cosa portano queste considerazioni? Innanzitutto che ci si deve attrezzare allo scontro avendo un punto di vista globale, per evitare la parcellizzazione di avvenimenti che sono invece intimamente collegati. Eppoi avere coscienza che la questione centrale è l'antimperialismo, non quello degli slogans e delle chiacchiere ma quello vero, che misura i suoi livelli con il corso reale delle cose e li traduce in termini di analisi e organizzazione. Questo ci porta a dire, in secondo luogo, che il discorso antieuropeista deve essere coniugato con una strategia che presuppone un programma concretamente necessario e praticabile. L'uscita dall'Euro e dall'UE è una precondizione, ma ciò non significa che si possa trascurare il programma, con tutte le implicazioni che comporta. Dove sta anche solo un abbozzo di questo programma? E soprattutto, quali sono le forze che hanno la maturità di gestirlo?

Finora quello che si definisce 'antagonismo' si è limitato a generalizzare la parola 'NO'. E il resto? La lotta all'imperialismo è cosa troppo seria per farla gestire al 'movimento' con una sequela di NO. Soprattutto bisogna avere consapevolezza che se svolta antieuropeista ci sarà questa dovrà passare per un processo di tipo rivoluzionario che riorganizzi il sistema produttivo e le relazioni internazionali. Sennò sarà la destra nazionalista che prenderà le redini della situazione.

Aginform
6 febbraio 2017

I nuovi passaggi della crisi europea

All'interno della crisi globale che scuote l'occidente capitalistico, l'Europa è quella che sta subendo i contraccolpi maggiori e si prepara a subire i più grossi cambiamenti.

All'inizio sembrava che la crisi producesse una reazione a sinistra, soprattutto nel settore meridionale dell'UE, a partire dalla Grecia. Anche in questo caso, però, si è dimostrato valido il detto che 'chi fa la rivoluzione a metà si scava la fossa' oppure, come nel caso greco, per evitare gli ostacoli si passa dall'altra parte e si eseguono le direttive UE.

L'illusione riformatrice europea, anche se ha come coda Podemos e 5Stelle, si sta opacizzando ed emergono invece i nodi duri da sciogliere con una rappresentazione politica che è ben lontana da 'un altro mondo possibile', come recitava il famoso slogan bertinottiano. Il vero volto che sta emergendo dalla crisi difatti ha un'altra immagine ed è quella poco rassicurante non solo dei gruppi della destra xenofoba, ma soprattutto di settori importanti degli apparati istituzionali ed economico finanziari europei. Sono questi che stanno prendendo il sopravvento e indirizzano la situazione.

E' partita la Gran Bretagna con la Brexit, che ora sta arrivando rapidamente allo scioglimento di tutti i vincoli coi paesi UE e mira a un obiettivo neoimperiale con uno slogan alla Trump, Britain first.

In Francia si preparano le elezioni presidenziali sotto l'egida della destra, quella di Marine Le Pen e dei centristi che probabilmente si contenderanno la scena. Per la Francia non è tanto questione elettorale, ma di ruolo nel contesto internazionale. La sciatta esibizione del 'socialista' Hollande a rimorchio della Merkel, appena mitigata da criminali azioni militari, ha umiliato la grandeur francese e reso subalterno il potenziale di una nazione il cui peso non può essere sottovalutato da chi intende gestire il potere in Francia, sia che si tratti della destra lepenista che dei centristi 'europeisti'.

Solo la Merkel si illude ancora che il trucco dell'Euro e dell'Unione forte possa funzionare oltre, confortata in ciò dal servilismo greco e italiano assieme a quello di altri paesi dell'Europa meridionale. Che sia un'illusione lo sanno però anche i governanti tedeschi, che si stanno preparando a nuovi scenari, non di tracollo ma di possibile ricollocazione internazionale della Germania.

Anche personaggi liberali e liberisti, come l'ex primo ministro ceco Klaus, antico estimatore dell'UE alla quale firmò a suo tempo l'adesione del suo paese, ne sollecita ora lo scioglimento [qui].

Siamo quindi all'Europa dei cocci e in fase preagonica. Purtroppo dal grande caos stanno emergendo solo i progetti di ripresa neoimperialista. Ciò che si muove contro questa deriva difficilmente avrà la forza di bloccarla. Gli opportunismi della sinistra, la debolezza degli sfruttati dal feroce liberismo del capitale europeo - ora ancora più obbligato dalla concorrenza dei paesi più forti ad aumentare la pressione sulla forza lavoro - e infine la pratica inesistenza di un movimento antimperialista e contro le guerre che l'Europa conduce sono la fotografia della situazione. Questo non è un invito al pessimismo. Semmai è un invito a capire come si può dare un nuovo indirizzo alla situazione. Ma partendo dalla realtà.

Aginform
22 gennaio 2017

Il giacobino ha colpito ancora

Uno degli aspetti più vergognosi di questo regime a guida PD è stato l'allineamento di stampa e televisioni alle direttive renziane, e non solo per la vicenda del referendum del 4 dicembre, ma anche rispetto a tutte le balle sulla situazione economica e sui risultati delle riforme. La punta di questo regime mediatico è stata La Repubblica di Eugenio Scalfari, che si è legata mani e piedi all'avventura del pallonaro toscano accreditandolo come il rinnovatore che avrebbe fatto uscire l'Italia dalla crisi. Non era però un abbaglio, bensì una scelta reazionaria del giornale liberal che ha capito che solo da quella parte poteva venire la difesa degli interessi delle classi previlegiate. Nononostante la sconfitta del 4 dicembre, La Repubblica ha continuato ad attaccare, in particolare accanendosi contro la giunta Raggi a Roma.

La situazione di regime mediatico non si limita però certo al solo giornale scalfariano. La RAI pubblica, di cui Renzi ci ha imposto per decreto il pagamento del canone, è diventata un viatico vergognoso della propaganda del gruppo di potere targato PD. Spesso, e non sempre a proposito, si cita Goebbels, ma stavolta l'accoppiamento è d'obbligo, almeno per quanto riguarda la spudoratezza e la menzogna con cui il ripetitivo messaggio ci viene trasmesso.

Dopo il 4 dicembre, nonostante l'enorme successo raggiunto, la situazione si è andata avvitando sulla riforma elettorale e sulla durata del governo Gentiloni, mentre gli sconfitti stavano preparando la rivincita. Ora siamo vicini alla nuova ondata mediatica che deve imporre le elezioni a giugno e la sconfitta del demone grillino. Il lugubre Del Rio, il transfuga Migliore e il capo del governo a servizio di Renzi, Gentiloni, hanno aperto le danze al grido di elezioni, elezioni!

La svolta si è avuta quando Beppe Grillo, in presenza di una campagna mediatica fatta di menzogne, ha aperto per primo il fuoco sulla situazione dell'informazione intuendo che bisognava scompaginare l'artiglieria mediatica del regime per impedirne gli effetti sull'evoluzione della situazione politica.

Il colpo è andato a segno e nel merdaio dell'informazione è scoppiato il panico. La parola d'ordine, udite!, è la reazione di sdegno per il preteso attentato alla libertà di stampa e di informazione! Sicché gli strumenti mediatici del regime vestono i panni delle vittime.

Bene ha fatto dunque Beppe Grillo a invocare giurie popolari per smascherare gli autori della disinformazione a pagamento. Purtroppo non siamo in una situazione rivoluzionaria e quindi il richiamo ai tribunali popolari è puramente formale e, soprattutto, Beppe Grillo non ha a disposizione la ghigliottina come Robespierre e Saint-Just. Bisogna ammettere però che, aldilà dello stuolo impiegatizio e abbastanza fragile che lo segue e che non ha nulla che somigli ai sanculotti francesi, la mossa giacobina di Grillo, da comitato di salute pubblica, contro il regime dell'informazione ha prodotto i suoi effetti. Ancora una volta però - è il caso di ribadirlo - non li ha prodotti dentro quella sinistra che si definisce alternativa e spesso è solo perbenista e viaggia coi soliti modelli retorici, non afferrando i punti veri dello scontro e dimostrandosi codista e parassita

Aginform
6 gennaio 2017



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