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AGINFORM

Foglio di Corrispondenza comunista


Contributi
di analisi
e dibattito

Mettere tutto a tacere nell'America che si prepara per la guerra

John Pilger, 27maggio, [qui]

Come la Russia si sta preparando alla Terza Guerra Mondiale

The Saker, 26 maggio 2016, [qui]

Vi è simpatico Putin? Preparatevi alla galera!

Roberto Quaglia, 21 maggio 2016, [qui]

La Marcia del "Reggimento Immortale"

Enrico Vigna, maggio 2016, [qui pdf] e [qui]

Il 9 Maggio dell'Ucraina resistente

Enrico Vigna, maggio 2016, [qui pdf] e [qui]

Strategia del Golpe Globale

Manlio Dinucci, 24 maggio 2016, [qui]

Il dottor Stranamore è in gran forma: negli Stati Uniti cade il tabù dell'atomica

Eriprando Sforza, 24 maggio 2016, [qui]

TTIP: l'avanzata dell'imperialismo americano

Paul Craig Roberts, 4 maggio 2016, [qui]

Si prepara la più grande distruzione economica dell'Italia

Pasquale Cicalese, 13 maggio 2016, [qui]

La tirannia della finanza e la bestia

Piccole Note, 12 maggio 2016, [qui]

Il sinistro scricchiolio delle banche: ultimo stadio del'eurocrisi

Federico Dezzani, 12 maggio 2016, [qui]

Discorso del Presidente del Brasile Dilma Rousseff

Dilma Rousseff, 12 maggio 2016, [qui - video]; vedi anche Brasile: un modello di golpe che mostra come le democrazie possono sparire, Glenn Greenwald, 12 maggio 2016

"L'Italia dovrà presto scegliere: l'euro o la catastrofe economica"

Ambrose Evans-Pritchard, , [qui]

Israele ed emiri nella Nato

Manlio Dinucci, 10 maggio 2016, [qui]

Il collaborazionismo di Tsipras

Giorgio Cremaschi, 9 maggio 2016, [qui]

Contro-propaganda, al modo russo

The Saker, 8 maggio 2016, [qui]

Situazione operativa sui fronti siriani dal 2 al 6 Maggio 2016

Stefano Orsi, 6 maggio 2016, [qui]

Erdogan trama a favore del Piano B statunitense

Finian Cunningham, 27 aprile 2016, [qui]

Siria: l'ospedale bombardato

Piccole Note, 29 aprile 2016, [qui]; vedi anche Aleppo: i pediatri ignorati, 3 maggio 2016 [qui]

TTIP, la NATO economica

Manlio Dinucci, 2 maggio 2016, [qui]

Come l'Unione europea manipola i profughi siriani

Thierry Meyssan, 1 maggio 2016, [qui]

Due anni fa la strage di Odessa

PTV, 24 marzo 2016, video [qui]; vedi anche Dossier Odessa, Vito Macce, 5 maggio 2015 [qui]

Marco Carrai, fedelissimo di Matteo Renzi, il suo amico è "una spia del Mossad"

A.Massari, D.Vecchi, 24 aprile 2016, [qui]

Siria: "La Resistenza Siriana" (Al Muqawamat al-Suriyah)

Enrico Vigna, marzo 2016, [qui pdf], [qui in rete]

Situazione operativa sui fronti siriani del 19, 20, 21 Aprile 2016

Stefano Orsi, [qui]

11/9, vuoi vedere che si riapre l'inchiesta? (scherzo, naturalmente)

Giulietto Chiesa, 21 aprile 2016, [qui]

Putin sta preparando una purga di governo?

Saker, 21 aprile 2016, [qui]

Svolta storica: Cameron non è più il miglior amico degli Usa

Marcello Foa, 20 aprile 2016, [qui]

Contro il sinistrismo

Ugo Boghetta, 1 aprile 2016, [qui] e [qui]

"Il referendum olandese sull'Ucraina: i cittadini non credono più alle menzogne del regime mediatico"

Manlio Di Stefano, 8 aprile 2016, [qui]

Brigata d'intelligence USA a Vicenza per operazioni coperte in Africa

Antonio Mazzeo, 8 aprile 2016, [qui]

Una ministra amica degli amici del Califfo

Antonio Mazzeo, 7 aprile 2016, [qui]

I "Panama papers"

Zio Samuel punta il dito The Saker, 6 aprile 2016, [qui]; Segreti manipolati Pino Cabras, 6 aprile 2016, [qui]; Perchè i Panama Papers Thierry Meyssan, 7 aprile 2016, [qui]

La deflazione salariale spiegata agli operai della Whirlpool

Sergio Cesaratto, 11 febbraio 2016, [qui]

Quattro brevi punti più uno che è utile considerare quando discutete di Islam

Pierluigi Fagan, 28 marzo 2016, [qui]

! Gli attentati, la crisi, i fallimenti e i tradimenti

Piotr, 24 marzo 2016, [qui]

! 'Caos', 'errori' e informazioni mancanti. Dove va l'Impero?

Piotr, 21 marzo 2016, [qui]

Trump, Clinton & C. Come inquadrarli?

Piotr, 16 marzo 2016, [qui]

Messaggi in stile mafioso intorno alla miccia libica

Vincenzo Brandi, 8 marzo 2016, [qui]

Ventunesima settimana dell'intervento militare russo in Siria: la calma prima della tempesta?

The Saker, 6 marzo 2016, [qui]

Meglio affittare l'utero o la vagina?

Roberto Quaglia, 4 marzo 2016, [qui]

Requiem per il pluralismo

Giulietto Chiesa, 4 marzo 2016, [qui]

Dieci domande a chi vuole portare l'Italia in guerra in Libia "contro Daesh"

Sibialiria e Antidiplomatico, 27 febbraio 2016, [qui]

Ecco l'Italia in guerra con i droni

Antonio Mazzeo, Iperdroni, Killer Robot e Super-Umani per le guerre globali del XXI secolo 18 febbraio 2016, [qui]. I grandi affari dei progettisti del centro droni Usa a Sigonella 13 febbraio 2016, [qui]. A Sigonella il centro satellitare per teleguidare i droni killer USA, 11 febbraio 2016, [qui]

Putin sull'accordo USA-Russia per il cessate il fuoco in Siria

22 febbraio 2016, [qui]

La decrescita infelice

Pierluigi Fagan, 22 febbraio 2016, [qui]

L'urgenza di uscire dalla NATO

Comitato NO guerra NO NATO, 21 febbraio 2016, [qui]

Il pozzo e il pendolo

Crisi sistemica e guerra Piotr, 18 febbraio 2016, [qui]

Diciottesima settimana dell'intervento russo in Siria: una drammatica escalation sembra imminente

The Saker, 13 febbraio 2016, [qui]

A Lisbona il "trattamento Atene". Poi tocca a noi.

Maurizio Blondet, 11 febbraio 2016, [qui]

Omicidio Giulio Regeni, un'operazione clandestina contro l'Egitto e gli interessi italiani

Federico Dezzani, 10 febbraio 2016, [qui]; vedi anche Fulvio Grimaldi [qui]

La battaglia per Aleppo e le menzogne dei giornalisti di regime

Vincenzo Brandi, 10 febbraio 2016, [qui]

Siria: la sospetta emergenza umanitaria e la Turchia

Piccole note, 8 febbraio 2016, [qui]

Spedizione via terra in Siria. Ops, ora si puo'

Fulvio Scaglione, 7 febbraio 2016, [qui]

L'asse tedesco-tedesco

AlbertoBagnai, 7 febbraio 2016, [qui]

Perché stanno demonizzando Putin

Giulietto Chiesa, 7 febbraio 2016, [qui]

2016: un'osservazione dall'alto della tempesta

Federico Dezzani, 4 febbraio 2016, [qui]

La maschera "anti-ISIS"

Manlio Dinucci, 2 febbraio 2016, [qui]

No Nato, un bel passo avanti

Fulvio Grimaldi, sul convegno M5S "Se non fosse NATO", 30 gennaio 2016, [qui] e [qui]

Il più grosso fallimento di Putin

The Saker, 24 gennaio 2016, [qui]

Italia-UE, una crisi dentro una crisi più grande

Pino Cabras, 18 gennaio 2016, [qui]

Il grande attrito tra Italia e UE, tra Sud e Nord Europa, tra grandi partiti

Pier Luigi Fagan, 16 gennaio 2016, [qui] e [qui].

Cina, il mondo non è in crisi a causa di Pechino. Parte della colpa è dell'Eurozona

Alberto Bagnai, 18 gennaio 2016, [qui]

Quindicesima settimana dell'intervento russo in Siria: quando nessuna nuova è una buona nuova

The Saker, 17 gennaio 2016, [qui]

ISIS colpisce anche Giacarta. Almeno qui non c'entra Erdogan

Maurizio Blondet, 15 gennaio 2016, [qui]

I sapienti sunniti disconoscono Casa Saud

Stefano Zecchinelli, 10 gennaio 2016, [qui]

Libia, il piano della conquista

Manlio Dinucci, 12 gennaio 2016, [qui]

Voi al governo, che cosa avete capito?

Sulla riforma della Costituzione Gustavo Zagrebelsky, 12 gennaio 2016, [qui]

Gli scenari politici e mediatici della Russia e dell'Occidente osservati dal punto di vista degli Italiani residenti in Russia

Cesare Corda, 9 gennaio 2016, [qui]

Arabia Saudita e Iran, l'ultima farsa dell'ONU

Fulvio Scaglione, 6 gennaio 2016, [qui]

Anonymous contro ISIS e Godzillah contro King Kong

Maurizio Blondet, 2 gennaio 2016, [qui]

Heil mein NATO! Ucraina 'vivaio' del rinascente nazismo in Europa

Manlio Dinucci, 5 gennaio 2016, [qui] o [qui]

Tredicesima settimana dell'intervento russo in Siria: smascheriamo le bugie

The Saker, 2 gennaio 2016, [qui]

Come e perché il Comitato No Guerra No Nato partecipa alla manifestazione del 16 Gennaio

Fulvio Grimaldi, 2 gennaio 2016, [qui]

Articolo di fine anno

Massimo Mazzucco, 28 dicembre 2015, [qui]

Missione in Libia, Renzi stanzia 700 milioni di euro

Carlo Panella, 23 dicembre 2015, [qui]

L'Ue è la nuova schiavitù: ce lo diceva già Lenin

Diego Fusaro, 27 ottobre 2015, [qui]

Il DL "salva banche": una rovina per gli investitori, un enorme regalo per gli amici

Luigi Pecchioli, 27 dicembre 2015, [qui]

Putin e Israele: un rapporto complesso e ricco di stratificazioni

The Saker, 23 dicembre 2015, [qui]

Perché il governo d'unità nazionale libico fallirà: Washington e Londra tifano per una nuova Somalia

Federico Dezzani, 18 dicembre 2015, [qui]

È un attacco ai risparmi degli italiani

R. Santilli intervista Vladimiro Giacchè 27 dicembre 2015, [qui]

Renzi accetterà di essere "berlusconizzato" a colpi di spread?

Alberto Bagnai, 23 dicembre 2015, [qui]

Un passo indietro dall'abisso?

The Saker, 22 dicembre 2015, [qui]

Vladimir Putin: missili contro ISIS armabili con testate nucleari. Ash Carter: siamo in guerra con l'ISIS. Il messaggio tra le righe

Federico Dezzani, 12 dicembre , [qui]

PIVOT TO EUROPE. Il Piano che non c'è ma si vede

P.L.Fagan, 29 novembre 2015, [qui] e anche [qui] e [qui]; aggiornamento 3 dicembre 2015[qui]; analisi precedenti [qui] e [qui]

Marine Le Pen e le quote rosa italiane

Piotr, 8 dicembre 2015, [qui]

"L'Italia blocca l'estensione delle sanzioni UE alla Russia"

Maurizio Blondet, 9 dicembre 2015, [qui]

[continua]    


Un invito a discutere
sul futuro del sindacalismo di base

Lettera aperta di Federico Giusti, Rsu Comune di Pisa

Il progetto Cobas è fallito, non volerlo riconoscere è un grave errore. E' fallita l'autorganizzazione perché ogni vertenza sociale, sindacale e politica ha bisogno non solo di spontaneismo ma di progettualità e di percorsi organizzativi. E' fallita anche la logica di rinchiudersi in ambito territoriale disconoscendo le scelte della organizzazione nazionale con una classe dirigente inamovibile, supponente e incapace di dialogare con altre realtà, rivolta ai fasti, veri o presunti che siano, del passato ma incapace di guardare al presente e al futuro.

La logica territoriale per vivere ha bisogno di autonomia organizzativa e di una strategia che non puo' essere solo sindacale ma svilupparsi all'interno del territorio su problematiche sociali, culturali e con una visione politica più complessiva. Demandare ad altri soggetti, di movimento o presunti tali, il compito di costruire l'opposizione politica al Governo del territorio e al Governo nazionale è il risultato di una desolante resa politica che non vogliamo accettare o subire come accaduto nelle giornate che hanno preceduto e seguito il 29 aprile a Pisa.

Del resto, cosa potrebbe fare una organizzazione come i Cobas da anni assente dalle piazze dove si contesta il Governo e attiva per lo piu' nella raccolta delle firme refendarie?

Noi rivendichiamo invece autonomia sindacale, politica e culturale, una autonomia che metta al centro della nostra riflessione e del nostro operato gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici a partire da una analisi aggiornata di cosa sia oggi il mondo del lavoro, la contraddizione tra capitale e lavoro, il processo di ristrutturazione della pubblica amministrazione che mette in discussione servizi fino ad oggi garantiti e teoricamente inalienabili come quello alla istruzione e alla sanità

Autonomia che necessita anche di percorsi organizzativi e di una indipendenza di pensiero da settori di movimento che oggi semplificano l'analisi della realtà per piegarla ad alcune istanze parziali o per legittimare quella demenziale dicotomia esistenzialista che vedrebbe contrapposti i nuovi partigiani che lottano ad una massa passiva per la quale non vale piu' la pena spendere energie. Queste logiche sono antitetiche a percorsi inclusivi e conflittuali e per quanto si dicano innovative hanno origini culturali vecchie e da sempre perdenti.

All'ordine del giorno vogliamo mettere una analisi aggiornata della realtà ma anche un approccio complessivo che non sia solo quello di limitare la nostra azione al ruolo di consulente sindacale; oggi bisogna sapere guardare al territorio e alle sue contraddizioni, alle vertenze aziendali e alle contraddizioni sociali. Lo strumento cobas è ormai inadatto a svolgere questo compito, è stata una esperienza importante nella quale molti di noi hanno creduto spendendosi attivamente nella costruzione di strutture con un lavoro quotidiano faticoso, spesso portato avanti nel disinteresse di parti significative della stessa organizzazione, che ben poco si è spesa per la costruzione di un sito, per la propaganda sui social network, per la costruzione di un'area di riferimento, per un dibattito culturale portato avanti con numerose iniziative editoriali e aperto alla città, non ad uso e consumo di singole aree politiche.

All'ordine del giorno va inserita anche la prospettiva del sindacato di classe all'interno di una dialettica che veda il sindacato non in contrapposizione a percorsi politici e sociali, la costruzione e la guida dei quali non vogliamo demandare a chicchessia.

Il modello Marchionne è ormai giunto alla sua realizzazione, evidenti sono i reali rapporti di forza fra le classi. Non sono piu' necessari i sindacati che rivendicano concertazione, che stanno sempre col braccio teso e il cappello in mano a chiedere tavoli, partecipazione e elemosine; il solo sindacato compatibile con il Governo e il padronato è quello dei gendarmi che obbediscono e assecondano senza discutere i disegni di sfruttamento e di comando del Capitale. Vogliono dei sindacati che reprimano e combattano chiunque crei ostacolo ai loro progetti; la loro paura cresce verso i conflitti, gli scioperi, verso la costruzione di un pensiero non omologato con azioni concrete e conseguenti.

In Cgil si è passati alla repressione dei delegati combattivi che nelle fabbriche organizzano scioperi, alla repressione contro la minoranza conflittuale interna, ha vinto cosi' quella cislinizzazione culturale e pratica richiesta dal padronato.

Tutto cio' è stato possibile anche grazie ai crescenti superprofitti realizzati dallo sfruttamento sempre più intensivo degli operai, di cui poi i padroni hanno utilizzato una piccola parte per corrompere e comprare ampi strati di di aristocrazia operaia che col tempo è diventata la vera base sociale dei partiti della finta sinistra e dei sindacati collaborazionisti. Chi ha lavorato e vive in fabbrica sa e ben conosce il peso esercitato sugli operai da questo strato di aristocrazia operaia fatta di capi e capetti, terminali e i controllori del potere padronale in fabbrica.

La trasparenza e l'onestà da sole non bastano, tuttavia è innegabile che nel corso degli anni il padronato si sia comprato parte degli apparati sindacali con il loro esercito di funzionari che vivono con buoni stipendi e fanno di tutto pur di non tornare al proprio lavoro, incluso accettare accordi al massimo ribasso che distruggono il potere di acquisto e di contrattazione. Da parte nostra non possiamo neppure trascurare il ruolo svolto dai patronati, un diffuso sistema di potere che il Governo Renzi ha provato a mettere in discussione salvo poi rinunciare ad un attacco frontale per avere in cambio un silenzio assenso sulle politiche previdenziali, contrattuali, sullo smantellamento dei contratti nazionali.

Negli ultimi 20 anni il sindacalismo di base ha rappresentato una pratica e una voce di resistenza al padronato; a macchia di leopardo è riuscito anche ad ottenere dei buoni risultati; se non altro ha radicalizzato lo scontro in alcuni settori organizzando quanti erano stati marginalizzati dai sindacati ufficiali per essersi opposti alle privatizzazioni. Al di là della resistenza, il sindacato di base non è riuscito seriamente a radicarsi nei luoghi di lavoro e diventare un soggetto di massa. A seguito delle tendenze corporative che si andavano affermando nella società, il sindacato di base si è diviso in mille sigle riproponendo logiche e pratiche analoghe a quelle dei gruppi politici degli anni settanta; la storia evidentemente non sembra avere insegnato a evitare gli stessi errori.

Bisogna porre alla attenzione dei lavoratori e delle lavoratrici una diversa concezione/pratica sindacale, consci delle difficoltà che troveremo sul nostro cammino: se 20 anni fa alla concertazione si ribellarono i sindacati di base e settori pur minoritari della stessa Cgil, oggi al sindacato asservito e complice dei padroni e del Governo pare non esista un'alternativa, a meno di non accontentarsi dell'esistente, di realtà sindacali di base incapaci di costruire percorsi comuni se non in qualche settore/comparto.

L'esperienza dentro i cobas pubblico impiego nazionale è stata particolarmente deludente, basti pensare alla gestione della federazione con la esclusione dei dissidenti dalle decisioni che contano, un deficit di democrazia che si aggiunge alla assenza di lettura dei processi in atto nella Pubblica amministrazione con il riprodurre un modello organizzativo vecchio e appiattito sulle Rsu o su una linea nazionale inesistente

Ancora piu' drammatica la situazione nel lavoro privato con un'unica federazione che comprende decine di categorie, senza alcun coordinamento di settore se non rare eccezioni sulle spalle di singoli compagni. Il modello organizzativo dei Cobas è ancorato ad una visione ideologica del mondo del lavoro che già 30 anni fa non funzionava, immaginiamoci oggi...

Qualunque tentativo di mettere in discussione processi organizzativi e decisionali si è scontrato con un muro di gomma.

La critica mossa ai Cobas, andrebbe in parte fatta anche ad altre realtà, fatto sta che tante sigle divise, e spesso in concorrenza tra loro, non hanno consentito al sindacalismo di base di costituire un polo alternativo ai sindacati ormai asserviti al Governo e ai padroni. Tra i segnali positivi da riprendere e valorizzare sono i coordinamenti di settore, dagli autoferrotranvieri a Pubblico impiego in movimento, che hanno messo da parte le logiche di sigla per costruire ambiti unitari di iniziativa e di lotta; la stessa attenzione va posta a tutti quei coordinamenti e comitati di operai che non intendono accettare di essere resi compatibili con le esigenze padronali.

     Che fare allora?

Intanto non disperdiamo le energie e rifuggiamo un atteggiamento strumentale verso il sindacato tipico anche di alcune aree di movimento. Noi pensiamo che ci sia bisogno di un sindacato di classe e conflittuale, lavoriamo nell'ottica di unire i lavoratori e le loro istanze; le esperienze sopra menzionate lo dimostrano e rappresentano un approccio concreto che contraddistinguerà il nostro lavoro. Dare una sponda locale, ma inserirsi dentro il dibattito in corso a livello nazionale per non ripetere l'errore dell'autoreferenzialità locale che ha prodotto solo illusioni.

Il ruolo delle Rsu va messo in seria discussione perchè l'elezione di delegati rappresenta spesso un limite alla azione sindacale riproponendo logiche e dinamiche analoghe a quelle dei sindacati concertativi. Da troppi anni l'azione del sindacato di base si limita alla presenza in Rsu senza alcuna prospettiva di comparto, senza costruire percorsi conflittuali nei luoghi di lavoro; un ruolo spesso residuale e marginale.

Vogliamo costruire dei collegamenti con parte del sindacalismo di base italiano e una solidarietà attiva con i sindacati di classe che resistono alla barbarie neoliberista (per esempio il Pame in Grecia, altre realtà tra Spagna, Francia e Portogallo).

Lo strumento con cui pensiamo di andare avanti è la costruzione di un'associazione che raccolga quanti hanno condiviso l'esperienza nei Cobas e altri lavoratori ancora, un'associazione che inizi a costruire iniziative dentro e fuori i luoghi di lavoro, che si faccia promotrice di dibattiti e confronti su tematiche di carattere nazionale.

Allo stato attuale, vista la presenza di numerosi rsu/rsa al nostro interno, pensiamo che la scelta piu' ragionevole sia quella di conservare una agibilità sindacale guardando concretamente alla costruzione di altri percorsi, per esempio la presentazione di una lista unitaria del sindacalismo di base all'interno della Rsu nel pubblico impiego, o favorire percorsi di organizzazione dal basso laddove sia possibile e necessario.

Di sicuro questo distacco dai Cobas nazionali e pisano è una scelta sofferta, ma inevitabile per recuperare autonomia progettuale e una iniziativa di classe coerente, per non dover piu' mediare con settori di movimento che si prefiggono la distruzione tout court della iniziativa sindacale o intendono renderla subalterna a interessi di piccole aree.

I prossimi mesi ci diranno se saremo capaci di raccogliere questa sfida.

20 maggio 2016

Obama e l'Europa

In molti si sono chiesti quale fosse il vero scopo del recente viaggio di Obama in Europa, un viaggio fuori delle forme tradizionali del protocollo e delle gerarchie istituzionali che normalmente sovraintendono a questi eventi.

Prima domanda che ci riguarda direttamente come italiani: che ci faceva Renzi in quella sorta di G5 in cui erano presenti, oltre Obama, Merkel, Hollande e Cameron? Sembrava una promozione sul campo del primo ministro italiano, ma noi riteniamo invece che la sua presenza fosse solo quella di un valletto a disposizione degli americani che lo resuscitano nelle occasioni in cui il servo sciocco deve coprire i loro obiettivi con i consensi europei. Questo, e solo questo, era il ruolo di Renzi nel G4+1.

Questo ci rimanda al quesito iniziale su come e perchè Obama è venuto in Europa alla vigilia della scadenza del suo mandato presidenziale. La prima tappa, quella di Londra serviva a dare un pò di ossigeno al capo del governo inglese che deve affrontare la scadenza del referendum sulla permanenza dell'Inghilterra nella UE che si terrà nel prossimo giugno. L'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea provocherebbe un ulteriore sconquasso continentale che potrebbe provocare una crisi finale di una istituzione al collasso. Perchè gli americani si preoccupano di tenere unita l'Europa? Non certo per altruismo. Diciamo che gli obiettivi che gli americani perseguono in Europa in questo momento sono almeno due. Uno di carattere economico e uno di controllo militare.

L'obiettivo economico si chiama TTIP, il trattato transatlantico che dovrebbe unificare Europa e USA nel commercio, investimenti e sviluppo industriale. Un mercato di 800 milioni di persone che dovrebbe rappresentare per gli americani un ghiotto boccone in una situazione di crisi. Una UE in crisi non può servire allo scopo e quindi Obama sbarca a Londra e poi riunisce il G4+1 per sollecitare gli europei ad accettare il TTIP rimanendo uniti.

Sul piano militare Obama è venuto a verificare fino a che punto sia possibile controllare ciò che sta avvenendo in Medio Oriente con gli alleati della NATO i quali, in particolare in Libia, in Iraq, in Siria hanno iniziato un processo concorrenziale con gli americani mettendosi in proprio. Non c'è più lo schema di una America che decide gli interventi e inquadra i suoi satelliti NATO, ma Francia e Inghilterra si sono inserite nella guerra con una autonomia militare da potenze neocoloniali. Salta il binomio USA-Israele in MedioOriente e appare la triangolazione franco-anglo-statunitense.

Questi sono i dati di fatto. Si deve aggiungere però una considerazione finale che riguarda il modo in cui Obama si è presentato in Europa. L'impressione che egli ha dato non è più quella tradizionale della leadership forte che impone la strategia agli alleati sudditi, ma quella di un paese in crisi che si aggrappa ad alleati in crisi per trovare una via di uscita economica e militare dalle difficoltà in cui l'imperialismo occidentale si è cacciato. Solo Renzi non si è accorto di nulla. A lui bastava sorridere e gioire del fatto di stare al G4+1.

Aginform
4 maggio 2016


Il sindacalismo di base oggi

A distanza di alcuni decenni da quando è iniziata l'esperienza di quello che viene definito sindacalismo di base è ormai arrivato il momento di farne un bilancio e aprire un dibatttito a tutto campo.
Partiamo innanzitutto dal dato oggettivo, che è quello che ha avviato l'esperienza.
Esso si colloca storicamente all'interno del passaggio dei sindacati confederali - e in particolare della CGIL - al consociativismo, che eliminava completamente il carattere di indipendenza della contrattazione e di espressione delle esigenze dei lavoratori e delle lavoratrici nel processo produttivo e nei luoghi di lavoro. Eravamo a cavallo tra gli anni '70 e gli anni '80.
In questo processo si è avuta anche la rottura del monopolio della rappresentanza confederale, di fatto assoluta fino a quel momento e codificata dallo Statuto dei lavoratori, la legge 300/70. Così sono sorte forme diverse di opposizione, alcune transitorie e legate a singole vicende contrattuali, mentre altre hanno preso la forma di organizzazioni stabili come le RDB, i Cobas, la CUB tanto per citare quelle che hanno avuto maggiore visibilità. Ma da allora come si è evoluta la situazione?

Oggi si continua a utilizzare la definizione di "sindacalismo di base", termine che implica ovviamente una partecipazione di massa dei lavoratori in contrapposizione ai vertici sindacali, in maniera assolutamente impropria.
Intanto è bene precisare la differenza tra sindacato di base e sindacato di classe, questione che non è ideologica ma di rappresentanza sociale. Non vi è dubbio che il sindacalismo di base, nella sua espressione maggioritaria, ha trovato spazio soprattutto nel Pubblico Impiego e nei servizi e questo non a caso. Difatti il settore privato, e in particolare le fabbriche, ha subito nel corso degli anni '80 un processo di decentramento produttivo, di delocalizzazione, di chiusura di interi settori produttivi che ha di fatto impedito che l'opposizione operaia ai confederali, che pure c'è stata ed è stata massiccia, si stabilizzasse e diventasse organizzazione anche se, è bene ricordarlo, a indebolire la situazione hanno concorso anche l'opportunismo della ex sinistra sindacale e certi radicalismi che con l'autonomia di classe avevano ben poco a che spartire.

Diversa è stata la vicenda del PI e dei servizi. A rendere possibile una maggiore stabilizzazione organizzativa fuori dai confederali è stata da una parte una certa tradizione sindacale autonoma, quella che si manifestava nell'epoca delle vacche grasse dei bilanci dello stato, dall'altra una agibilità sindacale diversa dal privato che non è stata però mai veramente contrattuale. La contrattualità è stata sempre saldamente in mano, per delega del governo, ai confederali. Si è arrivati così al paradosso che mentre andava diffondendosi una tendenza ad organizzare strutture sindacali indipendenti, dall'altra queste strutture non hanno mai espresso, in termini generali, un potere contrattuale effettivo e questo le ha relegate alla semplice funzione di protesta e quindi episodica. Era questo che avevamo in mente all'inizio dell'esperienza? Certamente no, anche se sapevamo quanto difficile fosse il percorso.
In mancanza di una riflessione seria su ciò che stava avvenendo, nel frattempo hanno attecchito pratiche che hanno riprodotto in sedicesimo, come si usa dire, stili e comportamenti organizzativi molto tradizionali (ad essere buoni). Il progetto del sindacalismo di base si è frantumato in mille sigle che nei fatti dicevano le stesse cose, ma senza costruire un tessuto di rappresentanza unitario ed effettivo.

Gli ultimi avvenimenti che si sono aggiunti alle divisioni tradizionali tra le sigle del sindacalismo hanno accresciuto la crisi di credibilità e confermato il giudizio.

Avere un'opinione chiara, senza i paraocchi degli interessi di bottega, su ciò che è oggi il sindacalismo di base diventa dunque necessario. Chiudersi a difesa del proprio orticello non fa che approfondire la crisi di rappresentanza e deviare il discorso dalla situazione oggettiva. La quale presenta tre ordini di problemi.

Il primo e il principale è quello dell'agibilità sindacale e del diritto di sciopero.
Per impedire sia l'una che l'altro governo, confindustria e confederali hanno dato vita a una serie di limitazioni ai tempi e alle forme del diritto di sciopero e nel contempo, con l'accordo del gennaio 2014, hanno abolito l'autonomia del sindacalismo di base.
Su questo tema, che è strategico, andava definita una risposta che ponesse nel paese il problema, che è di carattere costituzionale, sulla legittimità dei provvedimenti adottati.
Mentre riforma costituzionale, legge elettorale, legge 107 della buona scuola e lo stesso jobs act entravano in ballo con ipotesi referendarie e con uno scontro politico che investe tutto il paese, sui diritti sindacali nessuno si è accorto che era in corso uno scontro vero. Anche perchè, dopo una scaramuccia legale, Cobas e USB sono andate a firmare l'accordo del gennaio 2014 nella illusione di stabilizzare una rappresentanza che nei fatti è senza diritti. Quindi, come nel 1983, agli albori del percorso del sindacalismo alternativo, quando fu presentato al Senato il progetto di legge 2236 per rompere il monopolio confederale sulla rappresentanza, si ripropone ora la lotta per superare i vincoli inaccettabili sulla libertà di sciopero e di organizzazione dei lavoratori. Nessuno può illudersi che senza questo passaggio, che è direttamente politico e costituzionale, possa continuare ad esistere una rappresentanza autonoma dei lavoratori e delle lavoratrici. E chi fa credere che ciò sia possibile agisce in perfetta malafede. Oppure si accontenta di rappresentanze formali, il che è ancora peggio.

Il secondo banco di prova di questa fase è la questione di come esprimere i livelli di organizzazione indipendente dei lavoratori.
Qui bisogna mettere in chiaro che esiste una differenza sostanziale tra sindacalismo di base e sindacalismo autonomo, che non sta soltanto nei programmi, ma anche e soprattutto nel metodo e nel modello di rapporto coi lavoratori.
La ricostruzione dell'organizzazione indipendente dei lavoratori e delle lavoratrici non sta nell'aggiungere una sigla ad altre sigle sindacali, sta nel definire un modello di partecipazione che sia al tempo stesso effettivamente coinvolgente e anche capace di portare a una crescita dei livelli di coscienza collettiva. Una struttura aperta a tutti e nelle migliori tradizioni dei consigli di fabbrica che sono stati la premessa ad una nuova stagione di partecipazione finchè i confederali li hanno normalizzati.
In questa logica va esclusa ogni forma di avanguardismo sindacale, che è invece quello che si verifica costantemente. Scioperi di esigue minoranze che vengono fatti passare per scioperi generali o categoriali che, oltre a screditare coloro che li indicono, mettono in evidenza un rapporto sbagliato con quella che viene definita base.
La domanda è semplice: può il sindacalismo di base sopravvivere come sindacatino di minoranza o questa è non solo la logica del sindacalismo autonomo, ma anche un esplicito atto di accusa contro chi pensa di poter prescindere dalla realtà e dai modi e tempi dell'azione di massa?
Agire diversamente copre soltanto interessi di autoreferenzialità e anche di bottega, nel vero senso della parola.

Il discorso critico sul sindacalismo di base non mira però a buttare il bambino con l'acqua sporca, anzi. Il sindacalismo di base è stato una buona esperienza, ma ora è arrivato il momento di ridiscuterne il modello e la funzione.
Non si tratta di rivedere solo i metodi di funzionamento, ma di capire il ruolo che deve svolgere in questa fase. Perchè non è possibile scindere le due cose, nel senso che per crescere, diventare rappresentativo e non svolgere, come adesso, una funzione marginale, bisogna andare ai contenuti.
Contro il monopolio confederale della rappresentanza e per l'autonomia della contrattazione basata sugli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici abbiamo costruito la prima fase del sindacalismo di base, ma questi sono solo i presupposti.
Oggi non si tratta più di cavalcare la grande ondata delle proteste. Quelle operaie sono state stroncate a partire dagli anni '80, quelle del pubblico impiego e dei servizi dalla riforma della contrattazione, dal blocco dei contratti, dalle privatizzazioni, dall'introduzione del precariato e dalla normativa pesante sul diritto di sciopero. Nel pubblico impiego lo sciopero è divenuta una formalità.
Allora come si superano queste difficoltà?
Intanto, come si è detto, riorganizzando un tessuto unitario del sindacalismo di base contro logiche autoreferenziali. Ma oltre a questo bisogna cogliere un dato nuovo che la situazione ci pone e cioè che senza un ruolo forte di impegno politico che riguarda le condizioni di vita dei lavoratori e delle lavoratrici, dei disoccupati, dei pensionati, uscendo dal terreno strettamente vertenziale, non si può dare slancio e fiducia e soprattutto rappresentanza ai loro interessi. Finchè nel paese non interverrà un soggetto che in maniera diretta sappia organizzare un movimento con queste caratteristiche la rappresentanza nei singoli posti di lavoro rimarrà soggetta a tutte le difficoltà che la situazione oggettiva ci presenta.
I posti di lavoro rimangono ovviamente il punto di partenza dell'organizzazione, ma la resistenza che in essi si esprime, nel pubblico e nel privato, deve coniugarsi con un protagonismo qualitativamente nuovo che dimostri che in Italia si è capaci di lottare per interessi veri che riguardano decine di milioni di persone. Solo operando questo passaggio si potrà portare avanti un'esperienza come quella del sindacalismo di base che non ha trovato ancora il modo di scrollarsi da dosso il metodo sessantottesco dell'autoreferenzialità e del minoritarismo. Che poi è anche la strada facile, ma inutile, di chi invece di guardare la luna vede solo il dito che la indica.
Su come affrontare queste cose il dibattito è aperto, ma alcuni punti fermi vanno messi, per evitare che tutto scada in proposte fantasiose che per lo più parlano inglese.

Alcune proposte che si possono avanzare e discutere.

1. Lanciare nei posti di lavoro, contro l'accordo del gennaio 2014, la parola d'ordine della resistenza contro la repressione dei diritti sindacali e fare del prossimo 25 aprile un momento di manifestazione di massa dei lavoratori. Nel contempo lanciare la proposta di legge sul diritto di rappresentanza che va collocata all'interno del fronte di lotta contro la legge di riforma costituzionale, la legge 107 sulla scuola, il jobs act e la legge elettorale.

2. Affrontare in termini generali la condizione sociale dei lavoratori, del precariato, dei bassi salari, delle pensioni, dei disoccupati, attorno allo slogan Lavoro e Dignità, uscendo, senza ovviamente abbandonarlo, dal particolarismo contrattuale e sfidando la logica liberista in una prospettiva di rovesciamento. Di landinismo si muore, ma bisogna cogliere l'importanza di certe campagne e saperle riproporre in una versione assolutamente diversa.

3. Impegnarsi nella battaglia sul pubblico impiego in maniera innovativa. Innanzitutto c'è uno scontro ancora in atto sulla scuola con la possibilità di referendum a cui un apposito comitato sta lavorando. La questione scuola (legge 107) è una cosa che non può riguardare solo le organizzazioni interne alla categoria, sia per la valenza sociale che per il fatto che essa è stata e per certi versi rimane una punta di lancia nello scontro col governo da parte di un settore, il più grande, dei pubblici dipendenti.
Non solo la scuola, ma l'intero settore pubblico è sotto attacco e le motivazioni strumentali sono chiare. Anche in questo caso bisogna rovesciarne la logica accettando la sfida che il governo ha lanciato e anche qui c'è ormai bisogno, come nel privato, di uscire da pure logiche categoriali e costruire un asse d'intervento che leghi lo scontro tra pubblici dipendenti e governo alla questione della Funzione Pubblica (la res publica) in termini di servizi e di strutture al servizio dei cittadini. Senza questo passaggio è dubbio, come dimostra la vicenda quasi decennale del mancato rinnovo dei contratti, che si riesca ad avere una capacità di risposta dei pubblici dipendenti.
Anche i trasporti, come l'insieme dei servizi pubblici sia dello stato che degli enti locali, vanno compresi in questo discorso. Dobbiamo evitare che le motivazioni della lotta di questi settori anneghino nelle procedure disciplinari, nelle normative antisciopero e nelle invettive dei giornali di regime.
Anche qui le vicende del passato dovrebbero insegnare qualcosa, a partire da quella delle ferrovie.


Su questi temi leggi anche il documento uscito dalla
Assemblea di Pubblico Impiego in Movimento
Bologna, 9 aprile 2016


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